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ISOLA PULITA RICEVUTA DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA SICILIANA LUGLIO 2008

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3 pensieri su “ISOLA PULITA RICEVUTA DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA SICILIANA LUGLIO 2008

  1. PALERMO 22 LIUGLIO 2008

    ISOLA PULITA RICEVUTA DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA SICILIANA LUGLIO 2008

    COMUNICATO STAMPA Questa mattina, una rappresentanza delle Associazioni, che hanno sottoscritto L’ APPELLO PER LA LEGALITA’ ED AL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE, ha incontrato il Presidente della Commissione Regionale Antimafia per manifestare la profonda preoccupazione per alcune intimidazioni e per il clima di tensione di cui sono stati oggetto, proprio di recente, il Comitato cittadino “Isola Pulita” di Isola delle Femmine ed alcuni suoi esponenti più in vista. Questi ultimi, tra l’altro, hanno subito gravi minacce personali in pubblico e nei loro confronti, da tempo, viene alimentata ad arte una campagna di aperta delegittimazione, paventando che l’attività del Comitato miri, addirittura, alla chiusura del cementificio Italcementi con le conseguenti ripercussioni occupazionali. E’ stato consegnato un documento di denuncia firmato da diverse Organizzazioni. Nel corso dell’incontro, il rappresentante del Comitato Isola Pulita ha evidenziato che l’escalation intimidatoria, oltre a limitare le libertà personali, mira essenzialmente a zittire la voce libera del Blog, in un contesto che può apparire tranquillo, ma che al suo recente attivo annovera la scomparsa di due noti imprenditori, i Maiorana, padre e figlio, e la cattura di un latitante mafioso. E Sonia Alfano ha ribadito che situazioni come quelle denunciate non possono passare sotto silenzio e che è assolutamente necessario che le Istituzioni garantiscano il rispetto della legalità e dei principi fondamentali di democrazia sul territorio. La sig.ra Rossella Accardo ha chiesto interventi concreti da parte della Commissione, affinché a partire dalla vicenda ancora irrisolta dei suoi familiari si avviino iniziative di sradicamento dal basso della cultura dell’omertà e della sopraffazione, ad esempio dall’insegnamento scolastico anche per i genitori degli alunni. Il Presidente Speziale ha garantito la massima attenzione per i fatti descritti e le proposte formulate, impegnandosi ad intraprendere con la Commissione passi ufficiali presso gli organi istituzionali locali. n.b. in allegato l’ APPELLO che è stato consegnato al Commissario on.le Speziale Al Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Palermo Al Sig. Prefetto di Palermo Al Presidente della Commissione Nazionale Antimafia Al Presidente della Commissione Antimafia Regione Sicilia Al Presidente della Regione Siciliana

    APPELLO PER LA LEGALITA’ ED AL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE I gravi atti intimidatori, – minacce personali sulla pubblica piazza -, che si sono verificati nei giorni passati ad Isola delle Femmine contro gli operatori del Blog “Isola Pulita” sono il tentativo di soffocare una voce che da anni è impegnata sul fronte del rispetto della legalità. In questi anni il Blog ha informato i lettori e in special modo la popolazione locale sui rischi per la salute a cui è sottoposta la popolazione isolana. L’uso non autorizzato del pet-coke da parte dell’Italcementi, denunciato attraverso il Blog, ha fatto scattare l’intervento dell’autorità giudiziaria. Il clima intimidatorio di queste ultime settimane aveva portato gli operatori del Blog a chiudere con questa esperienza ma le Associazioni firmatarie di questo appello, oltre ad esprimere agli operatori di Isola Pulita la propria solidarietà, hanno sottoscritto un impegno per sostenere il Blog affinché la libertà di espressione non venga soffocata mettendo a rischio la democrazia. Si ricorda che nessuno si è mai opposto e si oppone al funzionamento dello stabilimento di produzione della Italcementi che deve rimanere per garantire l’occupazione locale purché venga rispettata la normativa nazionale e comunitaria in materia di rispetto delle emissioni inquinanti e della qualità dell’aria. Le sottoscritte Associazioni, pertanto, chiedono che non venga sottovalutato il grave atto intimidatorio e che venga mantenuta la garanzia occupazionale nel rispetto dell’ambiente e della salute e che finalmente si possano attivare le giuste attenzioni verso un intero territorio a vocazione essenzialmente turistica.

    Seguono Legambiente, WWF Palermo, MDC, ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente), Rete per la Difesa dei Beni Comuni, C.G.I.L. Funzione Pubblica Regionale, U.I.L. Funzione Pubblica territoriale Isola e…, Rifiuti Zero,Meetup Palermo 3 il Grillo di Palermo,Comitato No Inceneritori di Palermo, Decontaminazione Sicilia,Il Grillo di Palermo, Liberacqua

    http://www.isolapulita.it

  2. ISOLA DELLE FEMMINE 14 NOVEMBRE 2007

    IL PROFESSORE PONZIO PILATO NON LASCIA TRASPARIRE NESSUNA EMOZIONE DELL’ARRESTO DEI LO PICCOLO

    Un grande GRAZIE a tutte le forze di polizia di carabinieri di investigatori, che mettono a repentagli la propria vita, per garantire la giustizia e la legalità. Ora le istituzioni, le amministrazioni devono muoversi per attivare tutti quei provvedimenti necessari a liberarci dalle collusioni coperture e complicita’ che hanno favorito la latitanza, la penetrazione nelle pubbliche amministrazioni e il fiorire di una rete che controlla e determina l’intero apparato economico. Giardinello. Erano le 9,50 si stava discutendo di bilancio da approvare, quando hanno fatto irruzione i carabinieri arrestando Salvatore e Sandro vertice dell’organizzazione dopo Provenzano. Il procuratore antimafia Piero Grasso: “Grande soddisfazione”. L’irruzione della squadra mobile è avvenuta in una villa a Giardinello, tra Cinisi e Terrasini. Da San Lorenzo passando per Tommaso Natale Isola delle Femmine Capaci la zona industriale di Carini, Torretta (luogo di nascita del Lo Piccolo) Giardinello luogo della cattura. Dal piccolo traffico di droga al Racket alle Estorsioni: i negozi che pagano da 500 a 10.000 euro al mese, i cantieri che comprano la protezione in lavori e forniture in guardiani e in quote: il 3% per ogni appalto pubblico, 5.000 euro al mese ad appartamento. Per esempio a Torretta per una lottizzazione da 10 milioni di euro in villini: TANGENTI A Carini per un affarre da 70 case un regalo di 250 mila euro. Per tutti gli altri da 5 a 7 mila euro ad appartamento costruito. Lo sviluppo degli affari, dalle indagini in corso sembra che un ruolo determinante sia stato dato al rapporto con la politica . ad Agosto nella retata vennero arrestati l’ex sindaco Baucina impiegato presso l’ufficio tecnico del comune di Torretta l’arch Bordonarooltre alo stesso responsabile dell’ufficio Dragotta. Giri di tangenti che coinvolgeva l’ufficio tecnico del paese che, secondo gli investigatori era in mano ai boss.

    http://www.isolapulita.it

    PALERMO 22 LIUGLIO 2008

    ISOLA PULITA RICEVUTA DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA SICILIANA LUGLIO 2008

    COMUNICATO STAMPA Questa mattina, una rappresentanza delle Associazioni, che hanno sottoscritto L’ APPELLO PER LA LEGALITA’ ED AL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE, ha incontrato il Presidente della Commissione Regionale Antimafia per manifestare la profonda preoccupazione per alcune intimidazioni e per il clima di tensione di cui sono stati oggetto, proprio di recente, il Comitato cittadino “Isola Pulita” di Isola delle Femmine ed alcuni suoi esponenti più in vista. Questi ultimi, tra l’altro, hanno subito gravi minacce personali in pubblico e nei loro confronti, da tempo, viene alimentata ad arte una campagna di aperta delegittimazione, paventando che l’attività del Comitato miri, addirittura, alla chiusura del cementificio Italcementi con le conseguenti ripercussioni occupazionali. E’ stato consegnato un documento di denuncia firmato da diverse Organizzazioni. Nel corso dell’incontro, il rappresentante del Comitato Isola Pulita ha evidenziato che l’escalation intimidatoria, oltre a limitare le libertà personali, mira essenzialmente a zittire la voce libera del Blog, in un contesto che può apparire tranquillo, ma che al suo recente attivo annovera la scomparsa di due noti imprenditori, i Maiorana, padre e figlio, e la cattura di un latitante mafioso. E Sonia Alfano ha ribadito che situazioni come quelle denunciate non possono passare sotto silenzio e che è assolutamente necessario che le Istituzioni garantiscano il rispetto della legalità e dei principi fondamentali di democrazia sul territorio. La sig.ra Rossella Accardo ha chiesto interventi concreti da parte della Commissione, affinché a partire dalla vicenda ancora irrisolta dei suoi familiari si avviino iniziative di sradicamento dal basso della cultura dell’omertà e della sopraffazione, ad esempio dall’insegnamento scolastico anche per i genitori degli alunni. Il Presidente Speziale ha garantito la massima attenzione per i fatti descritti e le proposte formulate, impegnandosi ad intraprendere con la Commissione passi ufficiali presso gli organi istituzionali locali. n.b. in allegato l’ APPELLO che è stato consegnato al Commissario on.le Speziale Al Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Palermo Al Sig. Prefetto di Palermo Al Presidente della Commissione Nazionale Antimafia Al Presidente della Commissione Antimafia Regione Sicilia Al Presidente della Regione Siciliana

    APPELLO PER LA LEGALITA’ ED AL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE I gravi atti intimidatori, – minacce personali sulla pubblica piazza -, che si sono verificati nei giorni passati ad Isola delle Femmine contro gli operatori del Blog “Isola Pulita” sono il tentativo di soffocare una voce che da anni è impegnata sul fronte del rispetto della legalità. In questi anni il Blog ha informato i lettori e in special modo la popolazione locale sui rischi per la salute a cui è sottoposta la popolazione isolana. L’uso non autorizzato del pet-coke da parte dell’Italcementi, denunciato attraverso il Blog, ha fatto scattare l’intervento dell’autorità giudiziaria. Il clima intimidatorio di queste ultime settimane aveva portato gli operatori del Blog a chiudere con questa esperienza ma le Associazioni firmatarie di questo appello, oltre ad esprimere agli operatori di Isola Pulita la propria solidarietà, hanno sottoscritto un impegno per sostenere il Blog affinché la libertà di espressione non venga soffocata mettendo a rischio la democrazia. Si ricorda che nessuno si è mai opposto e si oppone al funzionamento dello stabilimento di produzione della Italcementi che deve rimanere per garantire l’occupazione locale purché venga rispettata la normativa nazionale e comunitaria in materia di rispetto delle emissioni inquinanti e della qualità dell’aria. Le sottoscritte Associazioni, pertanto, chiedono che non venga sottovalutato il grave atto intimidatorio e che venga mantenuta la garanzia occupazionale nel rispetto dell’ambiente e della salute e che finalmente si possano attivare le giuste attenzioni verso un intero territorio a vocazione essenzialmente turistica.

    Seguono Legambiente, WWF Palermo, MDC, ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente), Rete per la Difesa dei Beni Comuni, C.G.I.L. Funzione Pubblica Regionale, U.I.L. Funzione Pubblica territoriale Isola e…, Rifiuti Zero,Meetup Palermo 3 il Grillo di Palermo,Comitato No Inceneritori di Palermo, Decontaminazione Sicilia,Il Grillo di Palermo, Liberacqua

    http://www.isolapulita.it

    Isola delle Femmine 24 settembre 2008

    MAFIA SI! MAFIA NO! MAFIA FORSE!

    LA MAFIA A ISOLA DELLE FEMMINE?

    Nel Nostro paese non c’e’ solo un’emergenza legalita’, e spesso il terribile problema della mafia e’ utilizzato, con un sapiente lavoro di informazione deviata, per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dal losco intreccio politico-affaristico che ha dissanguato e continua a dissanguare non solo il nostro paese di Isola delle Femmine C’è un’emergenza morale che riguarda tutti noi cittadini, se non ci ribelliamo – con atti concreti di ribellione – diventiamo automaticamente collusi, le persone che vedono tutto questo scempio e non fanno nulla non meritano la dignita’ di dirsi “persona onesta”. La menzogna ha cento volte più presa sull’uomo della verità e la sua potenza non va sottovalutata. Cominciamo a gridare la nostra indignazione denunciando i fatti di immoralita’ come questo ovunque siamo, in fila alla posta o dal medico, mentre facciamo la spesa e dal giornalaio, dalla parrucchiera o dal barbiere, facendo senza timore i nomi ed i cognomi dei protagonisti, affinche’ rimangano bene impressi nelle menti di tutti quando andremo a fare delle scelte, siano esse nella cabina elettorale o dall’edicolante. Tutti devono sapere come funziona e per chi funziona la macchina amministrativa, come vengono deturpate le nostre bellezze naturali, come vengono sperperate “trafugate” le pubbliche risorse economiche, tutto questo, mentre sprofondiamo nella crisi economica piu’ profonda, mentre gli onesti padri di famiglia non riescono piu’ a mantenere i propri figli all’universita’, mentre la nostra migliore gioventu’ e’ costretta ad emigrare per poter lavorare e mentre la CASTA si ingozza ed ingrassa sempre di piu’. vergognosamente e senza pudore.

    http://isolapulita.it

    CAPUTO CHIEDE ATTIVITA’ ISPETTIVA DELLA COMMISSIONE REGIONALE ANTIMAFIA AL COMUNE DI CARINI

    Isola delle Femmine 28 Novembre 2008 “

    Le dichiarazioni rese ai Magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia da parte del collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi sui rapporti tra mafia e Politica a Carini e sulla presenza di un politico in grado di tutelare gli interessi del clan mafioso dei Pipitone all’interno degli uffici comunali, sono gravissime e dirompenti e impongono l’avvio di una attivita’ ispettiva da parte della Commissione regionale antimafia.”

    A dichiararlo è Salvino Caputo, componente della commissione regionale Antimafia che ha chiesto di avviare una indagine ispettiva presso il Comune di Carini per verificare se sussistono timori di condizionamenti amministrativi da parte del clan mafioso di Carini. E’ di ieri la notizia pubblicata dal quotidiano La Repubblica “Appena un anno fa – ha continuato Caputo – avevo presentato una interrogazione parlamentare in quanto avevo affermato forti preoccupazioni in ordine ad alcune scelte urbanistiche dell’Ufficio tecnico, anche alla luce di un esposto presentato ai Carabinieri da parte di un noto professionista di Carini. La decisione di attivare una indagine è doverosa, in quanto la accusa proviene da un collaboratore da sempre vicino al clan dei Lo Piccolo e anche perche’ Carini è un Comune al centro di grandi interessi istituzionali e imprenditoriali da sempre nel mirino della Mafia.

    http://www.teleoccidente.it/wp/?p=873

    Ringraziamo le forze dell’ordine per l’attività svolta nel territorio di contrasto al fenomeno mafioso e siamo vicini a coloro i quali hanno subito e subiscono a causa del condizionamento mafioso. Siamo a disposizione di qualsiasi commissione, e in particolare saremmo lieti che la Commissione Regionale Antimafia verificasse l’attività messa in atto dal mio comune sulla correttezza degli atti politico-amministrativi che sono alla base di qualsiasi contrasto al fenomeno mafioso e in particolare sul rispetto puntiglioso dei protocolli di legalità siglati con la Prefettura e sulla enorme mole di lavoro avviato come mai prima sui beni confiscati, alcuni dei quali proprio a danno dei principali esponenti di “cosa nostra” del carinese.

    Ciò perché noi dell’amministrazione di Carini abbiamo l’abitudine di lavorare in silenzio e con senso di responsabilità, senza proclami come spesso è abituato a fare l’ex sindaco di Monreale Salvino Caputo.

    Sarei più sereno però se l’On Caputo chiedesse la stessa cosa per il Comune di Monreale, dove certamente il fenomeno mafioso non è meno diffuso e dove altrettante indagini importanti e delicate sono state avviate da parte degli organi inquirenti, in particolare durante la sua Amministrazione.

    http://www.teleoccidente.it/wp/?p=881

    Sono 10 le persone tratte in arresto in un’importante operazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, che hanno eseguito stamane i provvedimenti emessi dal GIP del Tribunale di Palermo su richiesta del Pubblico Ministero Dott. Gaetano Paci della Direzione Distrettuale Antimafia. Le indagini ricostruiscono 40 anni di mafia e pizzo nell’area industriale di Carini e si sono avvalse della collaborazione di 9 imprenditori sostenuti nel loro percorso coraggioso e responsabile dall’Associazione antiracket Libero Futuro.

    Tutto prende l’avvio da un incontro occasionale con i militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Carini: una rapina ad un’azienda della zona industriale di Carini, tre malviventi a volto scoperto che portano via gli incassi di Natale e le tredicesime dei dipendenti. I Carabinieri estendono le indagini a 360 gradi e chiedono tutto, anche approfondendo le eventuali responsabilità delle vittime del reato: “…come mai maneggiate da sempre così tanti soldi in contanti, alla vista di dipendenti, compratori e fornitori, che vanno e vengono, e non c’è nessuna misura di protezione?, non un impianto di video sorveglianza?, non una guardia giurata?….”.

    Le risposte inizialmente sono vaghe, poi, ad uno dei titolari dell’impresa scappa una battuta: “….noi eravamo sicuri, non era mai successo nulla, eravamo a posto!….”. Dopo qualche mese un altro spunto ai Carabinieri viene offerto dalle dichiarazioni del pentito Gaspare PULIZZI, che nella zona di Villagrazia di Carini ci giocava da piccolo, quando l’A.S.I. ancora non esisteva.

    Il collaboratore parla delle ditte di Carini che subiscono estorsioni. I Carabinieri si recano presso quelle ditte e cominciano a raccogliere le prime denunce, scoprendo che la voglia di rompere con il passato è forte, anche per coloro che non hanno mai avuto alternativa a quella di sottostare alle estorsioni, per decenni. In questo percorso un ruolo importante lo svolge soprattutto l’Associazione Libero Futuro che con i suoi rappresentanti e avvocati fornisce assistenza agli imprenditori: informazioni sulla tutela legale ed economica per coloro che si avvicinano alla giustizia, notizie sulle iniziative sviluppate in tutta Italia.

    Inizia così una collaborazione assidua e assai proficua tra l’Arma e Libero Futuro, per convincere a rompere il muro di omertà che imprigiona gli imprenditori. I risultati sono quasi insperati. Alcuni imprenditori, nelle loro denunce, partono da molto lontano, facendo risalire i loro primi “pagamenti” a 40 anni fa. Così si passa dai classici segnali mafiosi degli anni settanta (la cera di candela lasciata da ignoti sparsa in tutto un capannone, la classica bottiglia con i fiammiferi davanti al cancello di ingresso della ditta, alle insolite esplosioni con pochi danni) a quelli risalenti alla primavera-estate del 2007 (con escavatori dati alle fiamme e lavori che da allora non sono stati più portati avanti, perché nessuno si è offerto più di eseguirli). Gli investigatori dell’Arma, sotto la direzione del Sostituto Procuratore Gaetano Paci, raccolgono ogni riscontro, verificano ogni particolare. Si delineano compiutamente i periodi di egemonia mafiosa che si sono susseguiti nel tempo sul territorio di Carini.

    Si passa da PASSALACQUA Calogero, classe 1931, che regge le fila del territorio di Carini sino al 1997 circa, ai fratelli PIPITONE (Angelo Antonino, Giovan Battista e Vincenzo), ed infine, nell’ultimo periodo, quando tutti, o quasi, erano già in carcere, ai più giovani – Gaspare PULIZZI (oggi collaborante), Ferdinando GALLINA (tratto in arresto dagli stessi Carabinieri di Carini il 19 marzo) e PIPITONE Antonino, figlio di Angelo Antonino – con i vari gregari, di volta in volta incaricati della riscossione del pizzo o di effettuare i danneggiamenti di “avvertimento”: COVELLO Giulio, PASSALACQUA Giuseppe (figlio di Calogero Gio’ Battista), PECORARO Giuseppe.

    Conseguentemente le indagini hanno permesso di individuare i responsabili di molti danneggiamenti a cantieri o ditte, rimasti sinora ignoti. Per il danneggiamento del cantiere di ristrutturazione del Bed&Breakfast di via Angelo Morello, nella primavera del 2007, entrano in gioco direttamente PULIZZI Gaspare e GALLINA Ferdinando.

    C’è bisogno di far pagare la ditta che sta eseguendo i lavori e PULIZZI delega GALLINA di dare il segnale per “….vedere poi a chi si rivolge il titolare dei lavori….”. Incaricato dell’esecuzione materiale dell’operazione è PECORARO Giuseppe. Nella notte del 15 maggio 2008 vengono fracassati tutti i vetri delle macchine operatrici presenti sul cantiere e sono danneggiati alcune parti della costruzione in via di ultimazione. Sul posto viene lasciato, quindi, l’”avvertimento”: una bottiglietta di benzina con i fiammiferi legati al tappo con nastro adesivo.

    L’estorsione, alla fine, va a buon fine e l’imprenditore paga 20.000 euro come “messa a posto”, nelle mani dello stesso Ferdinando GALLINA. La prosecuzione delle indagini da parte dei Carabinieri fa emergere anche le nuove leve di cosa nostra, pronte a raccogliere il testimone di una lunga storia di violenza e oppressione. CONIGLIARO Antonino e FERRANTI Massimiliano sono stati sorpresi dalle telecamere dei Carabinieri mentre, durante una notte, apponevano catene con lucchetti di grosse dimensioni ai cancelli di due aziende dell’area industriale. Ad avvalorare i riscontri probatori giungono anche le conversazioni telefoniche tra i soggetti che si scambiano in più occasioni suggerimenti su come portare a termine le intimidazioni nel modo più efficace.

    Frasi come: “…al buio è meglio, non ci vedono in faccia…con il cappellino..” oppure: “…portami un catenaccio, che si è rotto da me…”, e sempre dello stesso tenore, nei giorni seguenti, “…vedi che quel coso non lo trovo io…” – “…allora lo devo comprare?…” – “…allora non hai capito niente che mi serviva ora…” – “…lo vado a comprare…dai…che devo fare…soldi non ne avevo e…” ; “…tra venti minuti ti vengo a prendere…” (conversazione intercettata alcune decine di minuti prima del verificarsi dell’atto intimidatorio); “…brutti discorsi…” – “…gli bruciamo il villino così…” (conversazione intercettata qualche settimana dopo il danneggiamento), risultano, alla luce di tutti i riscontri, assolutamente inequivocabili. L’attività estorsiva non si è limitata alla riscossione di denaro, periodica (dai 3.000 ai 10.000 euro annuali in due tranche, a Natale e a Pasqua) o una tantum (20/30.000, ma anche 50/60.000, euro, per singoli appalti di lavoro), ma si è estesa all’assunzione di persone “segnalate”, che diventavano anche i “sensori” dell’andamento economico dell’impresa per valutare la “quota” da richiedere o l’imposizione del lavoro di talune ditte direttamente gestite da affiliati.

    È il caso dell’azienda di movimento terra di PIPITONE Antonino, figlio del più anziano dei fratelli PIPITONE (Angelo Antonino) che in pratica operava in pieno monopolio di fatto su tutta la zona di Carini e dintorni. Addirittura, quando dopo il suo arresto un imprenditore che, come riferisce il pentito PULIZZI, “si è sempre rivolto per i movimenti terra a Nino”, decide, per alcuni lavori di sbancamento, di rivolgersi ad un’altra ditta, perché ritiene “inopportuno” rivolgersi a quella di cui è titolare un soggetto da pochi mesi arrestato e detenuto in carcere per reati di mafia (il PIPITONE Antonino, appunto), dopo un solo giorno di lavori, durante la notte, un escavatore viene completamente dato alle fiamme, l’imprenditore si ritira e gli scavi, dopo quell’unico giorno di lavoro, sono rimasti nello stesso stato finora.

    L’aspetto qualificante dell’operazione è la stretta connessione dell’attività info-investigativa dell’Arma con le denunce degli imprenditori che, per la prima volta a Palermo, hanno deciso di avviare contestualmente un percorso di collaborazione, sciogliendo ogni ambiguità, per ripercorrere le vicende di una vita imprenditoriale vessata dalle intimidazioni e dalle pressioni malavitose.

    Sono stati tratti in arresto:
    • PASSALACQUA Calogero Gio’ Battista, nato a Carini (PA) il 07.06.1931, in atto agli arresti domiciliari per Associazione di Tipo Mafioso ed altro;
    • PASSALACQUA Giuseppe, nato a Carini (PA) il 21.02.1975, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palmi (RC);
    • PIPITONE Angelo Antonino, nato a Carini (PA) il 30.08.1943, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Melfi (PZ);
    • PIPITONE Vincenzo, nato a Torretta (PA) il 05.02.1956, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di L’Aquila;
    • PIPITONE Antonino, nato a Palermo il 02.05.1969, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palermo (“Pagliarelli”);
    • COVELLO Giulio, nato a Carini (PA) il 14.02.1955, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Taranto;
    • CANGIALOSI Girolamo, nato a Carini (PA) il 12.11.1958, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palermo (“Ucciardone”);
    • PECORARO Giuseppe, nato a Carini (PA) il 21.02.1975, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palermo (“Pagliarelli”);
    • CONIGLIARO Antonino, nato Carini (PA) il 13.09.1966, ivi residente via Lipari 22, coniugato, muratore, pregiudicato;
    • FERRANTI Massimiliano, nato Carini (PA) il 15.11.1976, ivi residente contrada Dietro Cappuccini snc, coniugato, muratore, pregiudicato.

    http://www.teleoccidente.it/wp/?p=866

    http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com

    Isola delle Femmine 28.11.08

    MAFIA. LE IMPRESE DI CARINI DENUNCIANO I LORO AGUZZINI. FINISCONO IN MANETTE DIECI ESATTORI DEL RACKET

    Sono 10 le persone tratte in arresto in un’importante operazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, che hanno eseguito stamane i provvedimenti emessi dal GIP del Tribunale di Palermo su richiesta del Pubblico Ministero Dott. Gaetano Paci della Direzione Distrettuale Antimafia. Le indagini ricostruiscono 40 anni di mafia e pizzo nell’area industriale di Carini e si sono avvalse della collaborazione di 9 imprenditori sostenuti nel loro percorso coraggioso e responsabile dall’Associazione antiracket Libero Futuro.

    Tutto prende l’avvio da un incontro occasionale con i militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Carini: una rapina ad un’azienda della zona industriale di Carini, tre malviventi a volto scoperto che portano via gli incassi di Natale e le tredicesime dei dipendenti. I Carabinieri estendono le indagini a 360 gradi e chiedono tutto, anche approfondendo le eventuali responsabilità delle vittime del reato: “…come mai maneggiate da sempre così tanti soldi in contanti, alla vista di dipendenti, compratori e fornitori, che vanno e vengono, e non c’è nessuna misura di protezione?, non un impianto di video sorveglianza?, non una guardia giurata?….”. Le risposte inizialmente sono vaghe, poi, ad uno dei titolari dell’impresa scappa una battuta: “….noi eravamo sicuri, non era mai successo nulla, eravamo a posto!….”. Dopo qualche mese un altro spunto ai Carabinieri viene offerto dalle dichiarazioni del pentito Gaspare PULIZZI, che nella zona di Villagrazia di Carini ci giocava da piccolo, quando l’A.S.I. ancora non esisteva. Il collaboratore parla delle ditte di Carini che subiscono estorsioni. I Carabinieri si recano presso quelle ditte e cominciano a raccogliere le prime denunce, scoprendo che la voglia di rompere con il passato è forte, anche per coloro che non hanno mai avuto alternativa a quella di sottostare alle estorsioni, per decenni. In questo percorso un ruolo importante lo svolge soprattutto l’Associazione Libero Futuro che con i suoi rappresentanti e avvocati fornisce assistenza agli imprenditori: informazioni sulla tutela legale ed economica per coloro che si avvicinano alla giustizia, notizie sulle iniziative sviluppate in tutta Italia. Inizia così una collaborazione assidua e assai proficua tra l’Arma e Libero Futuro, per convincere a rompere il muro di omertà che imprigiona gli imprenditori. I risultati sono quasi insperati. Alcuni imprenditori, nelle loro denunce, partono da molto lontano, facendo risalire i loro primi “pagamenti” a 40 anni fa.

    Così si passa dai classici segnali mafiosi degli anni settanta (la cera di candela lasciata da ignoti sparsa in tutto un capannone, la classica bottiglia con i fiammiferi davanti al cancello di ingresso della ditta, alle insolite esplosioni con pochi danni) a quelli risalenti alla primavera-estate del 2007 (con escavatori dati alle fiamme e lavori che da allora non sono stati più portati avanti, perché nessuno si è offerto più di eseguirli). Gli investigatori dell’Arma, sotto la direzione del Sostituto Procuratore Gaetano Paci, raccolgono ogni riscontro, verificano ogni particolare. Si delineano compiutamente i periodi di egemonia mafiosa che si sono susseguiti nel tempo sul territorio di Carini. Si passa da PASSALACQUA Calogero, classe 1931, che regge le fila del territorio di Carini sino al 1997 circa, ai fratelli PIPITONE (Angelo Antonino, Giovan Battista e Vincenzo), ed infine, nell’ultimo periodo, quando tutti, o quasi, erano già in carcere, ai più giovani – Gaspare PULIZZI (oggi collaborante), Ferdinando GALLINA (tratto in arresto dagli stessi Carabinieri di Carini il 19 marzo) e PIPITONE Antonino, figlio di Angelo Antonino – con i vari gregari, di volta in volta incaricati della riscossione del pizzo o di effettuare i danneggiamenti di “avvertimento”: COVELLO Giulio, PASSALACQUA Giuseppe (figlio di Calogero Gio’ Battista), PECORARO Giuseppe. Conseguentemente le indagini hanno permesso di individuare i responsabili di molti danneggiamenti a cantieri o ditte, rimasti sinora ignoti.

    Per il danneggiamento del cantiere di ristrutturazione del Bed&Breakfast di via Angelo Morello, nella primavera del 2007, entrano in gioco direttamente PULIZZI Gaspare e GALLINA Ferdinando.

    C’è bisogno di far pagare la ditta che sta eseguendo i lavori e PULIZZI delega GALLINA di dare il segnale per “….vedere poi a chi si rivolge il titolare dei lavori….”. Incaricato dell’esecuzione materiale dell’operazione è PECORARO Giuseppe. Nella notte del 15 maggio 2008 vengono fracassati tutti i vetri delle macchine operatrici presenti sul cantiere e sono danneggiati alcune parti della costruzione in via di ultimazione. Sul posto viene lasciato, quindi, l’”avvertimento”: una bottiglietta di benzina con i fiammiferi legati al tappo con nastro adesivo. L’estorsione, alla fine, va a buon fine e l’imprenditore paga 20.000 euro come “messa a posto”, nelle mani dello stesso Ferdinando GALLINA. La prosecuzione delle indagini da parte dei Carabinieri fa emergere anche le nuove leve di cosa nostra, pronte a raccogliere il testimone di una lunga storia di violenza e oppressione.

    CONIGLIARO Antonino e FERRANTI Massimiliano sono stati sorpresi dalle telecamere dei Carabinieri mentre, durante una notte, apponevano catene con lucchetti di grosse dimensioni ai cancelli di due aziende dell’area industriale. Ad avvalorare i riscontri probatori giungono anche le conversazioni telefoniche tra i soggetti che si scambiano in più occasioni suggerimenti su come portare a termine le intimidazioni nel modo più efficace. Frasi come: “…al buio è meglio, non ci vedono in faccia…con il cappellino..” oppure: “…portami un catenaccio, che si è rotto da me…”, e sempre dello stesso tenore, nei giorni seguenti, “…vedi che quel coso non lo trovo io…” – “…allora lo devo comprare?…” – “…allora non hai capito niente che mi serviva ora…” – “…lo vado a comprare…dai…che devo fare…soldi non ne avevo e…” ; “…tra venti minuti ti vengo a prendere…” (conversazione intercettata alcune decine di minuti prima del verificarsi dell’atto intimidatorio); “…brutti discorsi…” – “…gli bruciamo il villino così…” (conversazione intercettata qualche settimana dopo il danneggiamento), risultano, alla luce di tutti i riscontri, assolutamente inequivocabili.

    L’attività estorsiva non si è limitata alla riscossione di denaro, periodica (dai 3.000 ai 10.000 euro annuali in due tranche, a Natale e a Pasqua) o una tantum (20/30.000, ma anche 50/60.000, euro, per singoli appalti di lavoro), ma si è estesa all’assunzione di persone “segnalate”, che diventavano anche i “sensori” dell’andamento economico dell’impresa per valutare la “quota” da richiedere o l’imposizione del lavoro di talune ditte direttamente gestite da affiliati. È il caso dell’azienda di movimento terra di PIPITONE Antonino, figlio del più anziano dei fratelli PIPITONE (Angelo Antonino) che in pratica operava in pieno monopolio di fatto su tutta la zona di Carini e dintorni. Addirittura, quando dopo il suo arresto un imprenditore che, come riferisce il pentito PULIZZI, “si è sempre rivolto per i movimenti terra a Nino”, decide, per alcuni lavori di sbancamento, di rivolgersi ad un’altra ditta, perché ritiene “inopportuno” rivolgersi a quella di cui è titolare un soggetto da pochi mesi arrestato e detenuto in carcere per reati di mafia (il PIPITONE Antonino, appunto), dopo un solo giorno di lavori, durante la notte, un escavatore viene completamente dato alle fiamme, l’imprenditore si ritira e gli scavi, dopo quell’unico giorno di lavoro, sono rimasti nello stesso stato finora.

    L’aspetto qualificante dell’operazione è la stretta connessione dell’attività info-investigativa dell’Arma con le denunce degli imprenditori che, per la prima volta a Palermo, hanno deciso di avviare contestualmente un percorso di collaborazione, sciogliendo ogni ambiguità, per ripercorrere le vicende di una vita imprenditoriale vessata dalle intimidazioni e dalle pressioni malavitose. Sono stati tratti in arresto: • PASSALACQUA Calogero Gio’ Battista, nato a Carini (PA) il 07.06.1931, in atto agli arresti domiciliari per Associazione di Tipo Mafioso ed altro; • PASSALACQUA Giuseppe, nato a Carini (PA) il 21.02.1975, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palmi (RC); • PIPITONE Angelo Antonino, nato a Carini (PA) il 30.08.1943, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Melfi (PZ); • PIPITONE Vincenzo, nato a Torretta (PA) il 05.02.1956, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di L’Aquila; • PIPITONE Antonino, nato a Palermo il 02.05.1969, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palermo (“Pagliarelli”); • COVELLO Giulio, nato a Carini (PA) il 14.02.1955, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Taranto; • CANGIALOSI Girolamo, nato a Carini (PA) il 12.11.1958, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palermo (“Ucciardone”); • PECORARO Giuseppe, nato a Carini (PA) il 21.02.1975, detenuto per Associazione di Tipo Mafioso ed altro nel carcere di Palermo (“Pagliarelli”); • CONIGLIARO Antonino, nato Carini (PA) il 13.09.1966, ivi residente via Lipari 22, coniugato, muratore, pregiudicato; • FERRANTI Massimiliano, nato Carini (PA) il 15.11.1976, ivi residente contrada Dietro Cappuccini snc, coniugato, muratore, pregiudicato.

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    CAPUTO CHIEDE ATTIVITA’ ISPETTIVA DELLA COMMISSIONE REGIONALE ANTIMAFIA AL COMUNE DI CARINI CARINI. IL SINDACO LA FATA SI COMPLIMENTA CON LE FORZE DELL’ORDINE PER GLI ARRESTI E RISPONDE A CAPUTO

    “ Le dichiarazioni rese ai Magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia da parte del collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi sui rapporti tra mafia e Politica a Carini e sulla presenza di un politico in grado di tutelare gli interessi del clan mafioso dei Pipitone all’interno degli uffici comunali, sono gravissime e dirompenti e impongono l’avvio di una attivita’ ispettiva da parte della Commissione regionale antimafia.” A dichiararlo è Salvino Caputo, componente della commissione regionale Antimafia che ha chiesto di avviare una indagine ispettiva presso il Comune di Carini per verificare se sussistono timori di condizionamenti amministrativi da parte del clan mafioso di Carini. E’ di ieri la notizia pubblicata dal quotidiano La Repubblica “Appena un anno fa – ha continuato Caputo – avevo presentato una interrogazione parlamentare in quanto avevo affermato forti preoccupazioni in ordine ad alcune scelte urbanistiche dell’Ufficio tecnico, anche alla luce di un esposto presentato ai Carabinieri da parte di un noto professionista di Carini. La decisione di attivare una indagine è doverosa, in quanto la accusa proviene da un ciollaboratore da sempre vicino al clan dei Lo Piccolo e anche perche’ Carini è un Comune al centro di grandi interessi istituzionali e imprenditoriali da sempre nel mirino della Mafia.

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    Ringraziamo le forze dell’ordine per l’attività svolta nel territorio di contrasto al fenomeno mafioso e siamo vicini a coloro i quali hanno subito e subiscono a causa del condizionamento mafioso. Siamo a disposizione di qualsiasi commissione, e in particolare saremmo lieti che la Commissione Regionale Antimafia verificasse l’attività messa in atto dal mio comune sulla correttezza degli atti politico-amministrativi che sono alla base di qualsiasi contrasto al fenomeno mafioso e in particolare sul rispetto puntiglioso dei protocolli di legalità siglati con la Prefettura e sulla enorme mole di lavoro avviato come mai prima sui beni confiscati, alcuni dei quali proprio a danno dei principali esponenti di “cosa nostra” del carinese. Ciò perché noi dell’amministrazione di Carini abbiamo l’abitudine di lavorare in silenzio e con senso di responsabilità, senza proclami come spesso è abituato a fare l’ex sindaco di Monreale Salvino Caputo. Sarei più sereno però se l’On Caputo chiedesse la stessa cosa per il Comune di Monreale, dove certamente il fenomeno mafioso non è meno diffuso e dove altrettante indagini importanti e delicate sono state avviate da parte degli organi inquirenti, in particolare durante la sua Amministrazione.

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    Arresti di mafia tra Borgetto e Partinico
    07:47 – 3 anni fa
    Guerra di mafia fra le cosche di Palermo Arrestate 16 persone. Azzerato il mandamento di Partinico e Borsetto In due anni e mezzo la guerra fra le cosche mafiose del palermitano ha provocato sei vittime e alcuni feriti, fra cui un boss. Una faida sanguinosa per il controllo del territorio in una vasta area a cavallo tra le province di Palermo e Trapani: da un lato le cosche guidate dal boss Lo Piccolo, che tentavano di espandersi verso il trapanese, dall’altro il clan del latitante Matteo Messina Denaro. I carabinieri del Gruppo di Monreale sono riusciti a fare luce su questi delitti e sui retroscena dello scontro; dall’indagine emergono anche collegamenti tra le famiglie palermitane e quelle degli Stati Uniti. L’inchiesta, denominata “Carthago”, è sfociata in 16 ordini di custodia richiesti dalla Dda di Palermo, decapitando di fatto i vertici delle cosche di Borgetto e Partinico, due paesi della palermitano, definiti dagli stessi indagati nelle intercettazioni, il “far west della mafia”. Alcuni indagati, per mettersi al riparo da possibili vendette, avrebbero trovato riparo negli Usa. Per essere sicuri che i loro piani di morte andassero a buon fine, gli uomini del clan di Partinico si esercitavano a sparare sui cani randagi nelle campagne di Borgetto. In un caso i carabinieri all’ascolto delle microspie installate sulle auto di tre “picciotti”, arrestati stamani, registrarono i piani per assassinare un rivale e i colpi esplosi contro gli animali. La Lav ha annunciato che si costituirà parte civile contro gli autori di questi “delitti”. Gli investigatori in due anni di indagini sono riusciti a disegnare i nuovi equilibri mafiosi del palermitano. Il capo della procura di Palermo, Francesco Messineo, spiega:”Il territorio di Partinico è inquinato da un’alta densità di presenza mafiosa. Per questo l’operazione è molto importante”. La “guerra di mafia”, dalle indagini, sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata da Salvatore Corrao e Nicolà Salto, entrambi raggiunti da provvedimento cautelare. I carabinieri hanno registrato che il denaro necessario per il sostentamento dei detenuti ed il mantenimento dei familiari dei mafiosi, cominciava ad essere assicurato dalle attività illecite, che erano appannaggio esclusivo della gestione “vincente”. Una circostanza confermata anche da un foglietto con la lista degli imprenditori che pagavano il “pizzo” sequestrato alcuni mesi fa dai carabinieri ad Antonio Salto, figlio minore del boss di Borgetto, fermato a un posto di blocco con 70 mila euro in contanti. http://www.siciliainformazioni.com/giornale/cronacaregionale/41437/guerra-mafia-cosche-palermo-arrestate-persone-azzerato-mandamento-partinico-borgetto.htm L´ipermercato e la mafia: condanne a raffica Otto anni e mezzo all´ex sindaco di Villabate, sette all´imprenditore Marussig di Alessandra Ziniti Il centro commerciale non si è mai fatto, ma per il patto di ferro che politici, imprenditori e professionisti avevano stretto con i mafiosi di Villabate per la realizzazione di un grande ipermercato che avrebbe portato affari, posti di lavoro e potere, il conto pagato è stato caro. Sono condanne per quasi mezzo secolo di carcere quelle che i giudici della quinta sezione del Tribunale, presieduta da Patrizia Spina, hanno inflitto ieri pomeriggio condannando tutti e sette gli imputati del processo, così come avevano chiesto i pm Nino Di Matteo e Lia Sava. Un processo nato dalle dichiarazioni di Francesco Campanella, esponente politico, consulente ma anche affiliato alla “famiglia” mafiosa di Villabate che, dopo il suo arresto, ha deciso di collaborare raccontando anche il viaggio di Bernardo Provenzano a Marsiglia per un intervento chirurgico. La pena più alta è stata inflitta a Giovanni La Mantia, considerato un mafioso di Ciaculli ma molto vicino anche alle “famiglie” di Villabate, che ha avuto dieci anni con l´accusa di associazione mafiosa. Condanna pesante, otto anni e sei mesi, per concorso esterno all´ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino, mentre gli architetti Antonio Borsellino e Rocco Aluzzo hanno avuto rispettivamente sette e otto anni di carcere, entrambi per concorso esterno in associazione mafiosa. Condanna a sette anni per l´imprenditore romano Paolo Pierfrancesco Marussig, titolare della società Asset Development e imputato di corruzione aggravata dall´aver favorito Cosa nostra. Quattro anni li ha avuti Giuseppe Daghino, anche lui socio della Asset, accusato di corruzione semplice; quattro anni e mezzo sono stati inflitti all´ex sindaco di Catania Angelo Francesco Lo Presti, imputato di riciclaggio per aver girato attraverso una sua società all´estero la prima tranche della somma che la Asset aveva pagato per oliare i meccanismi dell´approvazione del piano commerciale da parte degli organismi amministrativi. I giudici del Tribunale hanno accolto l´impianto accusatorio secondo il quale l´imprenditore romano Marussig, interessato alla costruzione del centro commerciale, avrebbe stretto un patto con la cosca capeggiata dal boss Nicola Mandalà, uomo del capomafia Bernardo Provenzano. La mafia avrebbe assicurato il consenso alla vendita dei proprietari dei terreni sui quali sarebbe dovuta sorgere la struttura e le necessarie modifiche del piano regolatore comunale, grazie ai contatti strettissimi tra Mandalà e l´allora sindaco Carandino. In cambio le cosche avrebbero ottenuto la scelta del 30 per cento delle ditte che avrebbero dovuto eseguire i lavori e gestire i negozi dell´ipermercato e l´imposizione del 20 per cento dei dipendenti da assumere. A mediare il rapporto tra il clan e la Asset, che aveva il compito di sviluppare il progetto, sarebbero stati, tra gli altri, i due architetti condannati, Aluzzo e Borsellino. Per ottenere l´appoggio presso l´amministrazione locale, poi, l´impresa si sarebbe impegnata a versare una tangente di 300 milioni di lire. Il collettore della tangente sarebbe stato proprio l´attuale collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale, poi consulente del sindaco Carandino. E ora, come ha annunciato il presidente Spina, rischiano un processo per falsa testimonianza tre testimoni proprietari di terreni sui quali sarebbe dovuto sorgere il centro commerciale. Il procuratore Francesco Messineo commenta: «È una sentenza molto importante perché conferma che esiste uno spazio di affermazione di responsabilità per il concorso esterno in associazione mafiosa, sulla cui configurabilità ci sono state di recente molte polemiche». (20 gennaio 2009)

    http://palermo.repubblica.it/dettaglio/Mafia-maxi-condanne-per-lipermercato-di-Villabate/1577677?ref=rephp

    http://www.isolapulita.it

    http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2009/01/lipermercato-e-la-mafia-condanne_21.html

    ARRESTATO A ISOLA SPACCIATORE

    10 giugno 2008

    ARRESTATO SPACCIATORE A ISOLA GIUGNO 2008 UN GRANDE GRAZIE AI CARABINIERI DI ISOLA DELLE FEMMINE Hanno fermato e arrestato uno spacciatore di droga, scoperti nascosto nel giardino della sua casa hashish e cocaina. Ricordiamo sempre le parole del nostro Sindaco che ci parlava di Isola delle femmine”…come un’Isola felice dove certe cose non accadono…”. Non è forse il caso di prestare più attenzione e risorse al controllo del territorio ai fini di una prevenzione di certi fenomeni che minano pericolosamente la nostra Comunità. Cosa ne pensa Signor Sindaco?

    Comitato Cittadino Isola Pulita http;//www.isolapulita.it

  3. Italcementi Mafia Pubblica Amministrazione Calcestruzzi 04:51 – 3 anni fa Italcementi. Agli atti anche nuove dichiarazioni di Siino: Incontrai Pesenti di Silvia Cordella – 18 giugno 2008 Durante l’udienza per l’incidente probatorio dello scorso lunedì, richiesto dai difensori della Italcementi… i magistrati della Procura di Caltanissetta, il procuratore Sergio Lari, l’aggiunto Renato Di Natale e il sostituto Nicolò Marino, tra i vari documenti hanno depositato agli atti dell’inchiesta sulla Calcestruzzi Spa, un fascicolo concernente le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino in merito ai vecchi rapporti d’affari tra la holding del cemento e l’organizzazione mafiosa. Il plico relativo al racconto del collaboratore di giustizia, all’epoca dei fatti vicino al boss Stefano Bontade, rientra nell’inchiesta che lo scorso gennaio ha coinvolto la Calcestruzzi Spa, accusata di aver creato nei sui impianti in Sicilia fondi neri da indirizzare a Cosa Nostra. Dopo l’arresto in Sicilia dei suoi capiarea, dell’amministratore delegato e l’avvio di un nuovo procedimento d’indagine contro Carlo Pesenti, il consigliere delegato della Italcementi Group (l’azienda che controlla Calcestruzzi) indagato per concorso in riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, aggravati dall’articolo 7 e cioè dall’avere avvantaggiato la mafia, le rivelazioni di Siino sono destinate a comporre il nuovo faldone investigativo. Il collaboratore di giustizia definito non a torto il “Ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, nei mesi scorsi aveva chiesto espressamente di parlare con i magistrati dopo aver riconosciuto il volto in televisione di Giampiero Pesenti, presidente del gruppo Italcementi. Siino rievoca una vicenda accaduta sul finire degli anni Settanta quando Antonino Buscemi (allora contitolare della Calcestruzzi Palermo, il quale si riforniva di cemento proprio dalla Italcementi) gli chiese di “intervenire” personalmente presso l’allora sindaco del Comune di Isola delle Femmine, Vincenzo Di Maggio per convincerlo ad approvare la produzione del cemento nell’impianto di quella città. Secondo il racconto del pentito però Di Maggio si opponeva al progetto «ostacolando la costruzione di un ulteriore forno adducendo problemi di inquinamento, etc.». Per sbloccare la questione Siino e Buscemi organizzarono un incontro nella sede della Italcementi in Sicilia con tale Cedrini, dirigente della società. «Nell’occasione – ha raccontato Siino ragionammo su come poter risolvere la questione, lasciando intendere la possibilità di dover corrispondere somme di denaro al sindaco». Fu Cedrini, che non aveva nessun titolo per assumere tali decisioni, a rappresentare la possibilità di incontrare gli esponenti aziendali». L’incontro avenne a Roma nelle vicinanze del bar Donei in via Veneto, precisamente nell’ufficio legale di Italcementi. Lì, Angelo Siino conobbe il dott. Pesenti. «Assieme al Cedrini, affrontammo l’argomento relativo agli ostacoli per la produzione che poneva il Di Maggio, ed il Pesenti, immediatamente cogliendomi di sorpresa, rappresentò che non era disposto a sborsare, a titolo di tangente, più di duecento-duecentocinquantamilioni di lire, chiosando sul fatto che Di Maggio gli aveva in precedenza creato problemi, senza specificare quali». Ma per il sindaco la Italcementi avrebbe dovuto fare qualcosa di più per la popolazione, in particolare la costruzione di una circonvallazione tra la cementeria e la spiaggia. Richiesta che necessitava un altro incontro chiarificatore con Pesenti, questa volta in presenza di Di Maggio. «Non nascondo che era mia intenzione uscir fuori da questa storia in quanto, conoscendo i personaggi, ed in particolare il Buscemi, avevo timore che la situazione potesse deteriorarsi. Fatto sta che io, Di Maggio e Cedrini ci siamo recati a Roma, dove, nella sede di Italcementi, abbiamo avuto un ulteriore incontro con il Pesenti, nel corso del quale si parlò apertamente della richiesta del Di Maggio sulla costruenda strada, mentre il discorso monetario, rimase sottinteso». Tornati a Palermo, Siino per la faccenda non venne più interpellato da Buscemi e dopo qualche tempo iniziarono anche lavori della strada richiesta da Di Maggio a Isola delle Femmine. Un segno questo per Siino che l’accordo era stato raggiunto. http://www.antimafiaduemila.com/content/view/7582/78/ http://iltimone.blogspot.com La mafia dei cementi. Sequestrate autostrade e TAV a rischio GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008 17:32 di Mariafrancesca Ricciardulli CALTANISSETTA – Diversificare al Nord. Esportare cioè i metodi mafiosi oltre i confini regionali. Ormai non c’è organizzazione mafiosa che non abbia messo in atto questo meccanismo. In Lombardia le radici sono talmente solide che Milano è già da tempo considerata la capitale della ‘ndrangheta; l’Emilia Romagna è diventata la “Gomorra” del Nord; nel Trentino Alto Adige regna in modo sempre più prepotente la Sacra Corona Unita. Ma Cosa Nostra non è da meno. È di oggi la notizia che due lotti dell’autostrada A31 Valdastico in provincia di Vicenza, sono stati sequestrati da carabinieri e guardia di finanza di Caltanissetta su disposizione della Dda, la quale ha anche ordinato la perquisizione di alcune delle sedi dell’Italcementi, con specifico riferimento alle cementerie di Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco D’adda (Bergamo). Controlli sono stati eseguiti anche nella sede di Area Sicilia a Palermo e nello stabilimento di deposito di Catania per acquisire atti utili a verificare se vi è stata una corretta registrazione dei dati sulla fornitura di cemento alla Calcestruzzi. Il provvedimento rientra infatti proprio nell’inchiesta condotta dalla procura della Repubblica di Caltanissetta su presunte attività illecite svolte in seno alla Calcestruzzi spa di Bergamo. Un’inchiesta partita nel luglio del 2006 quando, in seguito all’arresto di tre presunti affiliati alla cosca di Riesi, l’azienda del gruppo Italcementi spa, è stata iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di associazione mafiosa e falso in bilancio, portando anche all’arresto del suo ad Mario Colombini. La Italcementi spa è ora anch’essa iscritta sul registro degli indagati in base alla legge 146/2006, che prevede la responsabilità amministrativa penale dell’ente. Se ne è avuta notizia oggi nel corso di una conferenza stampa convocata dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari. Frode in pubbliche forniture, riciclaggio, favoreggiamento a Cosa nostra e illecita concorrenza sono alcuni dei reati che adesso, con l’ausilio di carabinieri e Guardia di finanza, la Procura di Caltanissetta sta valutando. In particolare i magistrati vogliono accertare se i presunti fondi neri che sarebbero stati realizzati riducendo la quantità di cemento nella preparazione del calcestruzzo, siano stati finalizzati a creare fondi per pagare il pizzo a Cosa nostra o siano stati destinati all’arricchimento delle società. Il sequestro dei lotti 9 e 14 dell’autostrada A31 è avvenuto infatti dopo che i periti della Procura, analizzando la documentazione, hanno riscontrato significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento e quelli effettivamente impiegati. Nei mesi scorsi i magistrati avevano già ordinato il sequestro del palazzo di giustizia di Gela, del Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Brami, lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A/20 Palermo-Messina e, per ultima, l’autostrada Valdastico. Dagli accertamenti tecnici erano emerse irregolarità nel calcestruzzo fornito da impianti di betonaggio della Calcestruzzi Spa presenti in tutte le regioni, con riguardo anche alla Tav Milano-Bologna, alla Tav Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre. L’atto di sequestro di oggi vuole perciò effettuare dei carotaggi per verificare, realmente, la quantità di cemento contenuta nel calcestruzzo utilizzato per la realizzazione di questi tratti autostradali. Secondo fonti investigative, a cui ha accennato il procuratore nisseno Sergio Lari, secondo il quale questa resta «un’indagine fra le più articolate e complesse che travalica la dimensione mafiosa siciliana». «Vogliamo capire – ha aggiunto Lari – se c’è un sistema illecito globale che potrebbe danneggiare gravemente i cittadini italiani e la collettività perché si tratta di opere pubbliche che potrebbero metterne a repentaglio l’incolumità». Da parte sua, in una nota diffusa in serata, Italcementi «esprime la propria serenità in ordine agli accertamenti in corso da parte della Procura ed alla correttezza della documentazione suddetta. Quanto al sequestro con facoltà d’uso dei lotti 9 e 14 dell’Autostrada Valdastico avvenuto oggi in provincia di Vicenza, di cui si è appreso dalle agenzie di stampa, emerge che è stato disposto sulla base di rilievi documentali e non sulla base di perizie sulla stabilità statica dell’opera. L’opera in questione, tra l’altro, non è tra quelle che formano oggetto dell’incidente probatorio avviato su richiesta della società ed ancora in corso da parte di un collegio peritale. Incidente probatorio che ad oggi non ha affatto dato conferma dell’ipotizzata compromissione della stabilità statica delle opere siciliane indagate e sequestrate nel 2007, ma che, anzi, ha sinora fornito risultanze che consentono a questa difesa di guardare con fiducia ai suoi esiti». http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=2172:la-mafia-dei-cementi-sequestrate-autostrade-e-tav-a-rischio&catid=90:cronaca&Itemid=288 Cemento di Cosa Nostra? Strutture a rischio in tutta Italia Adesso è qualcosa di più di un sospetto: la mafia odora d’asfalto. Sotto le autostrade, costruite con dosaggi di cemento inferiori a quelle previste dalle regole di sicurezza architettonica, e dietro alcuni palazzi edificati con mescole e strutture fuori norma, dal nord al dud d’Italia, potrebbero esserci i tentacoli di Cosa Nostra. A studiarne i movimenti, in un quadro definito «estremamente allarmante», è stata la Direzione distrettuale animafia di Caltanissetta, che giovedì ha ordinato l’immediato sequestro dei lotti 9 e 14 del tratto autostradale A31 di Valdastico, in provincia di Vicenza. Il provvedimento, notificato dai carabinieri e dalla Guardia di Finanza di Caltanissetta, rientra nell’inchiesta su presunte attività illecite e infiltrazioni mafiose in seno all’Italcementi spa e nella controllata Calcestruzzi spa, entrambe di Bergamo, che hanno fornito, e forniscono, il cemento per realizzare importanti opere pubbliche a livello nazionale, come alcune linee della Tav e alcuni tratti autostradali. Dalle indagini della procura nissena, svolte a tappetto dalla Sicilia fino alla Lombardia, sono emersi significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento, stabiliti negli appalti per la costruzione delle infrastrutture, con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti alle imprese incaricate dei lavori di realizzazione. Diversi i sospetti che muovono l’inchiesta sulle due aziende: dall’«illecita creazione di fondi neri – spiegano i carabinieri – da destinare in parte, quantomeno in Sicilia, ai clan mafiosi dell’isola», fino all’esistenza di una strategia aziendale, adottata su scala nazionale e gestita, a mezzo anche del sistema informatico, con la consapevolezza dei vertici societari, finalizzata ad un sistematico risparmio del cemento nelle forniture di calcestruzzo destinate alla realizzazione di opere pubbliche». Calcestruzzi e Italcemneti avrebbero insomma fornito, con il benepalcido della cupola siciliana, quantitativi di calcestruzzo di qualità difforme da quanto previsto dai capitolati d’appalto per opere pubbliche, compresi i tratti della Tav. La speculazione, ancora da accertare, oltre ad alimentare le casse di Cosa Nostra, renderebbe a questo punto incerta la sicurezza di alcune delle opere realizzate con il materiale fornito dalle due aziende. Un sopetto che subito messo la Dda di Caltanissetta, che per accertare la stabilità strutturale e l’esistenza di eventuali pericoli all’incolumitàù pubblica, ha anche disposto, oltre al sequestro dei lotti della A31, verifiche e perizie su diversi impianti costruiti con il cemento delle due aziende di Bergamo, nonché la perquisizione di alcune delle sedi dell’Italcementi a Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco D’adda (Bergamo). Controlli che sono stati eseguiti anche nella sede di Area Sicilia a Palermo e nello stabilimento di deposito di Catania. Nei mesi scorsi i magistrati avevavo già ordinato il sequestro del palazzo di giustizia di Gela, del Porto Isola-Diga Foranea di Gela, della strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Brami, dello svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A/20 Palermo-Messina. Dagli accertamenti tecnici fino ad ora realizzati sono emerse irregolarità nel calcestruzzo fornito da impianti della Calcestruzzi Spa presenti in tutte le regioni, con riguardo anche alla Tav Milano-Bologna, alla Tav Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre. L’indagine, secondo il procuratore nisseno Sergio Lari, «travalica ormai la dimensione mafiosa siciliana», interessando tutta la collettività, a livello nazionale. «Bisogna verificare se è a rischio l’incolumità pubblica – ha affermato il procuratore in una conferenza stampa – come è emerso dagli accertamenti tecnici condotti dai nostri periti. Proprio recentemente abbiamo evitato il peggio sequestrando la nuova ala in costruzione dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta dove attraverso carotaggi sul cemento abbiamo accertato diverse irregolarità». Le indagini prosguono ad ampio raggio; non viene dunque escluso che questo connubbio cemento-fondi neri-mafia possa riguardare anche gli ambienti della politica e della pubblica aministrazione, dentro e fuori i confini della Sicilia. 27 Nov 2008 http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73619 L’INDAGINE Sequestrati i cantieri della Valdastico polesana L’inchiesta è della procura di Caltanissetta. I giudici: “Infiltrazioni mafiose e riciclaggio”. Il tratto polesano include i comuni di Lendinara e Badia Polesine Rovigo, 28 novembre 2008 – C’è anche un tratto rodigino nel sequestro dell’autostrada Valdastico ordinato dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta ed eseguito ieri. I magistrati, infatti hanno deciso il sequestro dei lotti 9 e 14 dell’autostrada Valdastico, in provincia di Vicenza e di Rovigo. Il decreto è stato notificato ieri da carabinieri e Guardia di Finanza di Caltanissetta. Il tratto che attraversa il territorio polesano è quello del lotto 14 che include il comune di Lendinara, quello di badia Polesine, dove è prevista la realizzazione del viadotto ‘Salvaterra’, di ben 11 campate, fino alla connessione con la Transpolesana. Il percorso del lotto 14 continua poi nel territorio di Canda, sono previsti altri due ponti a 3 e 4 campate. L’importo previsto per l’esecuzione dei lavori del lotto 14 è di 39 milioni 408mila euro. Il 13 maggio 2004 l’Anas ha dato il proprio via libera al completamento della Valdastico verso sud: un’pera da 965 milioni di euro. Il nuovo asse permetterà di collegare l’autostrada A4 Brescia-Padova con la SS434 Transpolesana, che unisce Rovigo e Verona. La Valdastico sud si svilupperà per complessivi 54 km, sei caselli ed una barriera terminale all’altezza di Badia Polesine. Il 20 dicembre 2004 il consiglio di amministrazione dell’Anas ha approvato i progetti esecutivi relativi ai lotti 9, 12 e 14 della Valdastico Sud per un ammontare di 213 milioni di euro. Il 12 febbraio 2005 il presidente della Giunta Regionale Galan e il ministro delle Infrastrutture Lunardi avevano inaugurato i cantieri dell’opera. Il provvedimento di sequestro rientra nell’inchiesta su presunte attività illecite svolte in seno alla Calcestruzzi spa ed alla Italcementi spa, entrambe di Bergamo, sui quali indaga la procura della Repubblica di Caltanissetta. Il sequestro, con facoltà d’uso dell’autostrada, è stato deciso in seguito agli accertamenti dei periti della Dda nissena che hanno evidenziato significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all’impresa incaricata dei lavori di realizzazione. L’indagine mira ad accertare se la Calcestruzzi abbia proceduto, non solo in Sicilia, ma anche su tutto il territorio nazionale, ad una illecita creazione di fondi neri. Gli inquirenti vogliono accertare l’eventuale esistenza di una strategia aziendale finalizzata ad un sistematico risparmio del cemento nelle forniture di calcestruzzo destinate alla realizzazione di opere pubbliche. “E’ un’indagine complessa che sicuramente ha curato gli interessi della collettività e che travalica la dimensione mafiosa siciliana”.Ha detto il procuratore Sergio Lari durante la conferenza stampa per il sequestro dei lotti dell’autostrada Valdastico, nell’ambito dell’inchiesta sulla Calcestruzzi spa. “L’inchiesta – afferma – sta comunque innescando dei meccanismi virtuosi, ovvero la sensibilizzazione su come vengono costruite le strutture pubbliche e pensiamo ad esempio quello che sta accadendo nelle scuole dopo il crollo nel Torinese”. Sulle opere pubbliche su cui sono in corso accertamenti per valutarne la stabilità, Lari dice: “Bisogna verificare se è a rischio l’incolumità pubblica come è emerso dagli accertamenti tecnici condotti dai nostri periti”. “Anche adesso – dice Lari – dobbiamo effettuare altre indagini tecniche per verificare la stabilità delle strutture sequestrate anche se già dalle prime perizie è emerso il rischio di stabilità per queste strutture. In questo contesto dovremo accertare la responsabilità penale e amministrativa della Italcementi”. http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/rovigo/2008/11/28/135778-sequestrati_cantieri_della_valdastico_polesana.shtml Mario Colombini è accusato di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazioni fittizie “La Calcestruzzi favoriva la mafia” Arrestato l’amministratore delegato Sequestrati beni e capitale sociale dell’azienda Mario Colombini PALERMO – Con l’accusa di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizie di beni, è finito in manette l’amministratore delegato della Calcestruzzi spa, Mario Colombini, 62 anni. A Colmbini viene contestata l’aggravante di avere agevolato l’attività di Cosa nostra. Inoltre il gip del tribunale di Caltanissetta ha ordinato il sequestro dell’azienda. Un provvedimento che riguarda beni materiali e immobili, il capitale sociale e le strutture informatiche in uso dalla società. Il valore complessivo del sequestro ammonta a circa 600 milioni di euro. Colombini è stato arrestato stamani nella sua abitazione di Camparada, un comune della Brianza in provincia di Milano. Il gip ha inoltre firmato altri tre provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania della Calcestruzzi spa, che nei mesi scorsi lo aveva sospeso; dell’ex dipendente della società bergamasca, Francesco Librizzi, che era capo area per la Sicilia e di Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Sono accusati di truffa e inadempimento di contratti di pubbliche forniture, con l’aggravante di aver agevolato Cosa nostra. Secondo gli inquirenti, la Calcestruzzi avrebbe proceduto, non solo nella provincia di Caltanissetta e in Sicilia, ma anche su tutto il territorio nazionale, alla creazione di fondi neri, “da destinare – secondo l’accusa – quantomeno in Sicilia, alla mafia”. L’azienda avrebbe fornito calcestruzzo di qualità inferiore a quella richiesta dalle imprese che eseguivano appalti pubblici. Questo sistema, per gli inquirenti, sarebbe stata “una strategia aziendale della Calcestruzzi, adottata su scala nazionale e gestita a mezzo, anche, del sistema informatico, con la consapevolezza dei vertici aziendali”. Lo scorso 23 dicembre il gruppo Italcementi, che controlla la Calcestruzzi, aveva individuato alcune irregolarità decidendo di sospendere l’attività nell’isola. Ora l’azienda conferma piena collaborazione alla magistratura. E’ stato formato un comitato di tre saggi (Pierluigi Vigna, Giovanni Fiandaca e Donato Masciandaro) che elaboreranno un codice operativo di garanzia. Articoli di Monica Ceravolo, Francesco Spini e Armando Zeni, Francesco La Licata, Alfio Caruso, e una nota dell’agenzia ANSA Calcestruzzi Mafia e Territorio Calcestruzzi, manette per mafia Test su strade e ponti a rischio per l’uso di materiale di scarsa qualità L’accusa: usavano miscele di calcestruzzo «allungate» e di bassa qualità per risparmiare e creare al contempo fondi neri che in Sicilia rappresentavano il trenta per cento del fatturato e sarebbero stati utilizzati per finanziare i clan mafiosi, mentre nel resto d’Italia avrebbero avuto scopi ancora da accertare. È la tesi della Dda di Caltanissetta che ha chiesto ed ottenuto dal gip il sequestro dell’intera Calcestruzzi spa e l’arresto dell’amministratore delegato Mario Colombini e di altre tre persone: Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, sospeso dalla società nei mesi scorsi, Francesco Librizzi, già capo area per la Sicilia, e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Truffa, frode in pubbliche forniture, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato l’attività di Cosa Nostra: queste le ipotesi di reato. Sono previsti test su alcune opere che potrebbero essere «a rischio». “Calcestruzzi favoriva Cosa Nostra” di Monica Ceravolo PALERMO. Nei cantieri della «Calcestruzzi spa» sarebbe stato prodotto calcestruzzo di scarsa qualità che, venduto per buono, consentiva di creare fondi neri per finanziare Cosa nostra. Di questa truffa criminale sarebbe stato a conoscenza l’amministratore delegato della società, Mario Colombini, arrestato ieri mattina insieme con Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, e i due ex dirigenti, Francesco Librizzi e Giuseppe Giovanni Laurino. L’ordine di custodia cautelare è firmato dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Renato Di Natale, e dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino, che ha coordinato l’inchiesta sull’azienda bergamasca, che fa parte del gruppo Italcementi. Ai quattro indagati sono stati contestati i reati di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato la mafia. Il giudice ha pure ordinato il sequestro della Calcestruzzi. L’azienda, presente su tutto il territorio nazionale, ha 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Beni per un valore di 600 milioni di euro. Nei computer, secondo gli inquirenti, ci sarebbe la prova della truffa, con una doppia tabella. E la scoperta del cemento depotenziato ha fatto aprire un altro, allarmante capitolo: quello delle opere a rischio. Sarà infatti necessario controllare la staticità delle opere realizzate con quel materiale. E’ per questo che, nei mesi scorsi il gip aveva ordinato il sequestro del nuovo palazzo di giustizia di Gela, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina. Ma non basta: i consulenti dei pm esamineranno alcuni tratti della Tav, il nuovo palazzo della Provincia di Milano, il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara. Confindustria in una nota fa sapere che segue la vicenda «con piena fiducia nell’operato della magistratura». «Confindustria è certa che l’azienda saprà fornire tutti gli elementi utili a fare chiarezza, anche alla luce del fatto che la stessa società, per evitare rischi di commistioni o pratiche distorsive, ha dato vita nei mesi scorsi a una Commissione di garanzia presieduta dall’ex procuratore Piero Luigi Vigna». Il presidente di Confindustria di Bergamo, Alberto Barcella, sostiene che non vi sono estremi di provvedimenti contro l’azienda perché giudica positivamente le azioni della società. Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia, da cui è partita la proposta di mettere alla porta gli imprenditori che si piegano al racket della mafia, invita l’azienda a collaborare. Il gruppo che fa capo alla famiglia Pesenti sottolinea: «Italcementi conferma la propria linea di piena collaborazione con l’autorità giudiziaria ribadendo una linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità con fenomeni di criminalità». Un impero costruito sull’Italia del boom di Francesco Spini e Armando Zeni MILANO. Carta e cemento. Già, perché se oggi l’interesse nell’editoria dei Pesenti – la famiglia che attraverso Italcementi controlla Calcestruzzi -, come azionisti nella Rcs-Corriere della Sera, è uno dei tanti, importante sì ma non certo il principale, all’inizio di tutto fu proprio la carta. Quella che usciva dalla cartiera di Alzano, a due passi da Bergamo: carta da pacchi, niente a che vedere con i giornali – quelli verranno dopo -, seguita con l’amore da un piccolo imprenditore poco più che artigiano, Antonio, il capostipite dei Pesenti, le radici saldamente ancorate nel passato contadino della famiglia ma la testa già proiettata nel futuro imprenditoriale. Muore giovane, Auntonio, e lascia una famiglia numerosa. Comincia così la storia dei Pesenti, che oggi guidano un gruppo che fattura sei miliardi di euro, produce oltre 70 milioni di tonnellate di cemento l’anno in 22 Paesi distribuiti su quattro continenti. Ma che da decenni sono tra i protagonisti della finanza italiana, con posizioni importanti in Mediobanca, dove siedono nel patto di sindacato tra i soci industriali, in Rcs, nella Mittel, in UniCredit dove Carlo Pesenti è consigliere di amministrazione. Quando i Pesenti muovono i primi passi, la situazione era quella dell’Italia di metà Ottocento, non ancora unita, solo con le prime avvisaglie di un’industria che prende forma spesso trainata da gruppi stranieri, francesi, tedeschi, che nell’Italia ancora vergine vedono sbocchi importanti. Succede anche per il cemento che, a quel tempo, dalle parti di Bergamo, futura roccaforte cementiera dei Pesenti, nessuno conosceva: ci pensarono i francesi ad aprire una fabbrica di calce. E fu lì che, come dire, il destino dei Pesenti cambiò. Lasciata la cartiera, nel 1864 a Calzo prende forma – con Augusto, figlio di Antonio – il primo nucleo della futura Italcementi. Il nome è un programma, Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce indraulica, che solo sessant’anni dopo, alla vigilia della Marcia su Roma, prese il nome di Italcementi, più conciso, più italico. E qui entra in scena Carlo, il Pesenti che fece grande – anche se alla fine rischiò di azzerarlo – il gruppo. Gli anni di Carlo «primo» sono gli anni del primo e del secondo boom del cemento, gli anni delle prime grandi infrastrutture dell’Italia che voleva il suo «posto al sole» e che, dopo la guerra, doveva ricostruire. L’Italcementi è lì, tra i big, cresce, si rafforza, moltiplica gli utili. Carlo, uomo tutto d’un pezzo, infaticabile lavoratore, zero (o quasi) ferie, nessuna concessione mondana, inflessibile amministratore («Sono le piccole spese – diceva – che ti mandano in malora»), cattolico fervente (ogni giorno, prima del lavoro, la messa) sfrutta i grandi profitti del cemento e li investe. Diversifica. Compra banche perché le banche servono, diceva, banche a Bergamo e banche a Milano (l’Ibi). Compra assicurazioni, la Ras, una delle maggiori che già allora cercava di tener testa alle Generali. Compra giornali, come Il Tempo di Roma. E a un certo punto compra anche la Lancia. Uomo tutto d’un pezzo, Carlo Pesenti, geloso delle sue prerogative di uomo d’industria e di finanza, deciso in tempi in cui la trasparenza era termine sconosciuto nella finanza. Memorabili le sue assemblee che si aprivano e chiudevano (nonostante si trattasse di società quotate) in un lampo senza mai soddisfare le (poche) domande di qualche sprovveduto azionista di minoranza. Solitario cavaliere dell’imprenditoria italiana del dopoguerra. Odiato e amato. Accentratore infaticabile, incapace di delegare. Tant’è che quando morì, nel 1984, molti immaginarono il diluvio: gli succedette il figlio Giampiero che a cinquant’anni era stato tenuto fuori da tutto. In realtà, grazie anche all’alleanza con la Mediobanca di Enrico Cuccia – con un legame che resiste tuttora, con la presenza della famiglia tra i grandi soci -, Giampiero fu l’uomo che salvò – allora – il gruppo sommerso da una montagna di debiti: senza clamori cedette il cedibile, le banche, la Ras, e tenne ferma la barra sul cemento. E’ un protagonista della «finanza cattolica», grande amico di Giovanni Bazoli – siedono insieme nel consiglio della finanziaria bresciana Mittel -, ma in ottimi rapporti anche con Alessandro Profumo. Si deve a lui, al taciturno Giampiero, amante del basso profilo, poco spazio all’immagine, poche interviste, zero presenzialismo, la seconda vita del gruppo nel cemento: l’espansione all’estero, le acquisizioni. Il grande passo avviene nel ‘92 con l’acquisizione di Ciments Francais. Italcementi diviene una multinazionale, con le presenze odierne nell’Europa dell’Est, in Egitto, in Kuwait, in Cina. Nel ‘97 l’affare italiano che probabilmente oggi rimpiangeranno: l’acquisto della Calcestruzzi dalla Compart. Fuori dal cemento ancora i giornali, il Corriere, dove oggi Giampiero presiede il Patto di sindacato. Al resto, da anni, pensa il figlio Carlo, quinta generazione dei Pesenti, dal 2004 consigliere delegato del gruppo. Il cemento che fa tremare la Tav di Francesco La Licata CALTANISSETTA. Il palcoscenico è vecchio come la storia della mafia: le cave, il movimento terra, cemento e calcestruzzo, i padroncini che caricano e scaricano. Anche i luoghi sono antichi: Riesi che evoca boss d’altri tempi come Peppe Di Cristina, la campagna di Gela popolata di «stiddari» in funzione di «antimafia militare». Ma questo è solo lo sfondo, su cui si muovono personaggi moderni e interessi contemporanei. L’ambiente che dà vita ad una storia attuale e che offre i più classici degli artifici imprenditoriali e contabili su cui poggia l’illegalità diffusa. Solo che da queste parti l’illegalità prende connotazioni particolari – la mafia, appunto – e si articola per regole squisitamente «siciliane». E così accade che alcuni dirigenti ed impiegati della Calcestruzzi spa (fa capo all’Italcementi di Bergamo) ricoprano – almeno nelle conclusioni della magistratura di Caltanissetta – anche il ruolo di boss del territorio, intimamente legati ai vertici di Cosa nostra. Per che fare? Semplice, nella risposta dei giudici: «Spremere soldi a palate, truccando la qualità e la quantità del prodotto offerto ai committenti, per finanziare la mafia». Il tutto mediante «sovrafatturazioni di prestazioni di servizio; sottofatturazioni del calcestruzzo prodotto», quindi «fornendo prodotto di qualità difforme dai capitaloti di appalto per la costruzione di opere pubbliche e private» e «acquisendo la materiale gestione di aziende fittiziamente intestate a terzi». In sostanza, dicono i magistrati, la gestione della produzione della Calcestruzzi spa era affidata ad alcuni personaggi che fornivano materiale scadente falsificando la documentazione e la contabilità. E perciò, sparse per l’Italia e per la Sicilia, ci sarebbero opere pubbliche che corrono rischi di instabilità per via del calcestruzzo «depotenziato». Il Tribunale di Gela, per esempio, e la «veloce» di Licata e ancora la Diga Foranea di Porto Isola a Gela, lo svincolo autostradale di Castelbuono e un lotto della Palermo-Messina. Era in programma anche un’intensa attività in vista dei lavori per la costruzione del Ponte di Messina e per questo si riponeva grande attenzione verso l’impianto di San Michele di Ganzeria. Anche questo, però, sfortunatamente era finito nel gorgo melmoso della poco edificante gestione di Francesco Librizzi, sospettato di collusione con gli amici degli amici e in particolare col capo Ciccio La Rocca. Un altro poco rassicurante gestore risulterebbe Giuseppe Laurino, indicato come «la testa» che governava, tra Gela e Riesi, la truffa mafiosa. Ma i dubbi dei magistrati sulla «tenuta» delle opere non si limitano alla Sicilia. A sentire uno dei «collaboratori» (utilissime le dichiarazioni di Salvatore Paterna e Carlo Alberto Ferrauto, entrambi ex dipendenti e sospettati di mafia) che hanno aiutato gli investigatori a capire, il sistema non poteva sopravvivere senza la distrazione compiacente della sede centrale di Bergamo. E perciò i controlli saranno estesi ad una serie di lavori sparsi per l’Italia, per esempio alla Tav di Anagni dove – quando era in servizio Paterna – fu fornito un tipo di calcestruzzo(il RCK15) che richiedeva 270 Kg. di cemento per ogni m3 e in effetti ne conteneva 150 Kg. Ma i controlli dovranno essere «a sorpresa», perchè sembra che ai periti del Tribunale si tenda a fornire campioni astutamente selezionati. Nelle gallerie, per esempio, bisogna addentrarsi perchè agli estremi il calcestruzzo è «a posto», le colate taroccate stanno verso il centro. La truffa poggiava, come hanno spiegato i due «pentiti», sull’esistenza di due diverse schermate del computer che, di volta in volta, fornivano una «ricetta» ad uso esterno (che certificava la buona qualità del prodotto) ed un’altra ad uso interno che serviva a calcolare il deficit di cemento, per poterlo poi giustificare nelle giacenze in magazzino, e l’eccesso di «additivi». A parere dei magistrati questo «patrimonio informatico» non poteva essere destinato ad uso esclusivo dei «locali». Si spiega così il decreto di sequestro valido per tutti gli stabilimenti del territorio nazionale. E, d’altra parte, che – sulle vicende siciliane – vi fosse un dibattito interno alla Italcementi è dimostrato dall’intensa attività telefonica di dipendenti e dirigenti, anche dopo una prima ondata di arresti, di licenziamnti e allontanamenti, qualche volta non difinitivi. Illuminante, in proposito, un colloquio tra Fausto Volante (responsabile per Sicilia e Calabria) e un padroncino che si riteneva discriminato dall’azienda e perciò minacciava: «Ve lo dico, geometra… Ve lo dico spassionatamente, se io vado via dalla Calcestruzzi succede una bomba, perchè… ma non in Sicilia, ma qua anche in Campania, perchè qua c’è una melma, c’è una corruzione…una corruzione tremenda… tremenda…». Un ruolo ambiguo viene assegnato all’amministratore delegato Mario Colombini, già rappresentante legale della Calcestruzzi spa di Ravenna (Gruppo Ferruzzi). I giudici lo accusano di aver chiuso più di un occhio all’epoca della intestazione fittizia «sottoscritta da Volante e Ferraro (indiziato mafioso)» della cava di contrada Palladio. Questa convinzione deriva anche da una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano la consapevolezza di Colombini riguardo all’operazione. Il 31 luglio 2006, al telefono, addirittura «ammette di averla avallata», ma «sorprendentemente sostiene di non ricordare nemmeno più per quale motivo». Poi tradisce preoccupazione, come quando parlando con la moglie, trapela che ha ricevuto una riservata dalla Italcementi. «In particolare da tale Carlo (identificabile in Carlo Pesenti, chiosano i magistrati)». Le mani sull’edilizia di Alfio Caruso Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso. Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità. L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding. Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni. Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio. A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa. ANSA La Calcestruzzi spa in previsione della realizzazione del Ponte sullo Stretto aveva aperto a Messina uno stabilimento. Secondo quanto emerge dalle indagini, la società di Bergamo era sicura che avrebbe fornito il calcestruzzo all’impresa chiamata a realizzare il ponte. Il particolare emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ieri ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della società bergamasca, Mario Colombini. Il dichiarante Salvatore Paterna, ex dipendente dell’azienda, arrestato e condannato per mafia nei mesi scorsi, ha dichiarato ai pm che: ’’La Calcestruzzi Spa aprì l’impianto di Messina in previsione della costruzione del ponte sulla stretto; del resto Impregilo ex Girola spa ha sempre lavorato con la Calcestruzzi’’. Paterna ha fatto capire agli inquirenti che la Calcestruzzi voleva me – http://daleggere.wordpress.com/2008/02/01/mafia-e-calcestruzzi-le-mani-sul-territorio/http://dailymotion.alice.it/video/x78alg_mafia-politica-cemento-appalti-pubb_newshttp://www.isolapulita.it Calcestruzzi e Italcementi eseguiti altri sequestri Due lotti dell’autostrada Valdastico in provincia di Vicenza, sono stati sequestrati dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza di Caltanissetta su disposizione della Direzione distrettuale antimafia della cittadina nissena. Il provvedimento rientra nell’indagine sulle presunte attività illecite in seno alla Calcestruzzi Spa e alla Italcementi Spa di Bergamo. Le sedi di Italcementi di Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco d’Adda (Bergamo) sono state perquisite così come la sede di Area Sicilia di Palermo e lo stabilimento deposito di Catania al fine di acquisire atti utili a verificare se vi è stata una corretta registrazione dei dati concernenti la fornitura di cemento alla Calcestruzzi. Italcementi sarebbe iscritta sul registro degli indagati in base alla legge 146/2006, che prevede la responsabilità amministrativa penale delle imprese. Da parte sua, in una nota diffusa in serata, Italcementi fa sapere che «oggi è stato notificato ed è stata data esecuzione al provvedimento di perquisizione e sequestro probatorio emesso dalla Procura di Caltanissetta nell’ambito dell’indagine già in corso per acquisire, presso alcuni impianti siciliani ed una cementeria in Lombardia, i documenti di trasporto relativi alle forniture di cemento effettuate da Italcementi a Calcestruzzi. Secondo quanto specificato dagli stessi inquirenti, il provvedimento è diretto a compiere accertamenti in ordine alla corretta registrazione dei dati concernenti le forniture di materia prima a Calcestruzzi. A tale proposito, la società esprime la propria serenità in ordine agli accertamenti in corso da parte della Procura ed alla correttezza della documentazione suddetta. Quanto al sequestro con facoltà d’uso dei lotti 9 e 14 dell’Autostrada Valdastico avvenuto oggi in provincia di Vicenza, di cui si è appreso dalle agenzie di stampa, emerge che è stato disposto sulla base di rilievi documentali e non sulla base di perizie sulla stabilità statica dell’opera. L’opera in questione, tra l’altro, non è tra quelle che formano oggetto dell’incidente probatorio avviato su richiesta della società ed ancora in corso da parte di un collegio peritale. Incidente probatorio che ad oggi non ha affatto dato conferma dell’ipotizzata compromissione della stabilità statica delle opere siciliane indagate e sequestrate nel 2007, ma che, anzi, ha sinora fornito risultanze che consentono a questa difesa di guardare con fiducia ai suoi esiti». (27/11/2008) http://www.ecodibergamo.it/EcoOnLine/CRONACA/2008/11/27_italcementi.shtml La Calcestruzzi SpA decide la sospensione cautelativa delle attività in Sicilia Dal luglio 2006 la società è indagata per infiltrazioni mafiose. PALERMO. La Calcestruzzi Spa ha deciso di sospendere tutte le sue attività in Sicilia. Una decisione che è stata presa in via cautelativa dopo l’individuazione da parte della Procura antimafia di Caltanisetta di irregolarita’ in alcuni cantieri, denunciate dall’azienda alla magistratura. In una nota si legge che tale decisione “appare doverosa, in quanto la società ritiene che debbano essere chiariti tutti gli aspetti delle vicende irregolari, allontanati i responsabili, modificate le regole, le procedure e le modalità di produzione in termini tali da impedire il ripetersi di tali episodi. Il provvedimento cautelare, che diventa immediatamente esecutivo, interessa i sette impianti gestiti e i 26 dipendenti occupati dalla società”. Associazione mafiosa e falso in bilancio: queste le accuse con cui i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta hanno iscritto nel registro degli indagati la Calcestruzzi spa. L’accusa è maturata nell’ambito dell’operazione “Doppio colpo”, che ha portato in carcere tre presunti affiliati alla cosca mafiosa di Riesi, i quali avrebbero gestito illecitamente appalti e forniture ai cantieri edili della zona. Secondo il gip di Caltanissetta, la Calcestruzzi spa ha svolto attività di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra. Per lo stesso motivo, la Dda ha disposto perquisizioni e sequestri di documentazione contabile, sia negli stabilimenti in Sicilia che nella sede centrale dell’azienda a Bergamo. http://www.pupia.tv/modules.php?name=News&desc=full&file=article&sid= 2059 La Repubblica della mafia, riconosciuta dalle banche Rassegna Stampa di Stefano Lorenzetto da “Il Giornale” La chiusura di sette impianti e la sospensione di ogni attività in Sicilia, decisa dalla Italcementi di Bergamo (quinto produttore di cemento al mondo) nel timore di infiltrazioni mafiose, è una buonissima notizia. Segnala un cambiamento di mentalità. Un tempo questi colossi industriali avevano un’unica preoccupazione: non finire sui giornali. Adesso alcuni loro dirigenti condannati o incriminati per collusioni con Cosa nostra diventano un caso da prima pagina proprio grazie al proficuo intervento dell’azienda. Un mio collega, assunto negli Anni 60 come cronista di nera a La Notte, quotidiano del pomeriggio che apparteneva a Carlo Pesenti, proprietario della Italcementi, un giorno segnalò al direttore Nino Nutrizio un incidente mortale avvenuto in un cantiere. «Che cantiere?», chiese il leggendario giornalista dalmata. «Della Italcementi», rispose il mio collega. Replica di Nutrizio, che pure aveva come unico padrone il lettore: «I dipendenti della Italcementi godono tutti di ottima salute». E la notizia fu cestinata. Basterà la dirompente decisione della Italcementi a cambiare le cose in Sicilia? Ne dubito molto. Per il semplice motivo che l’atteggiamento prevalente di chi scende dal Nord per operare al Sud è ben diverso da quello del gruppo bergamasco. Mi spiego. In questi giorni è venuto a trovarmi un imprenditore che per 40 anni ha ricoperto posizioni di vertice in una delle principali società di costruzioni italiane, ramo appalti pubblici (aeroporti, autostrade, ferrovie, porti, ospedali, carceri). Adesso che è in pensione, questo settantenne – sincero, rispettoso delle leggi, politicamente orientato, per nulla interessato ai soldi – è andato in Sicilia a curare gli affari di una società quotata in Borsa: un modo per sentirsi ancora utile, visto che il lavoro, e non il guadagno, è stato l’hobby della sua vita. Non posso svelarne il nome perché desidero che torni a farmi gli auguri di Natale anche l’anno prossimo. «All’inizio non ci credevo nemmeno io», mi ha confidato, «ma poi nel giro di pochi mesi ho capito come funziona laggiù. La mafia è lo Stato, è l’economia, produce reddito, dà lavoro a tutti. Se si ferma la mafia, si ferma la Sicilia. Quella è una repubblica a parte. E guardi che glielo dice uno che non ha avuto né richieste di pizzo, né minacce, né impedimenti, niente di niente». Gli ho chiesto di farmi qualche esempio concreto. «Molto semplice», ha aperto il portafoglio. «Li vede questi assegni circolari? Quanti saranno? Venti? Trenta? Tutti posdatati. Lunedì li presenterò alla mia banca, che li accetterà e mi verserà il corrispettivo sul conto. Ecco, guardi questo: è di un istituto di credito delle sue parti, Selvazzano Dentro, provincia di Padova. Vede la data? 5 maggio 2008. Ottomila euro. In Italia è reato. In Sicilia è contante. Le cambiali là non esistono, nessuno le usa. Chi si fa pagare con una cambiale, puzza già di cadavere. Solo assegni posdatati. Le banche li custodiscono nei caveau e li tirano fuori nel giorno stabilito. Una contabilità clandestina, accettata da tutti. Altrimenti non lavori». S’è sorpreso per il mio sbigottimento. «Si stupisce? Non è che un esempio. Gliene faccio un altro, che coinvolge sempre le banche, del Nord come del Sud, senza differenze. L’altro giorno si presenta un impresario edile al quale fornisco materiale per la costruzione di uno splendido albergo sul mare. Mi deve già 30.000 euro. Se non mi paga, io smetto le consegne, gli ho detto. “Le va bene un acconto?”, mi fa lui. E sia, mi dia questo acconto. Compila un assegno, ovviamente posdatato. Leggo in calce: aveva firmato con nome e cognome di un’altra persona. Scusi, ma che cos’è ’sta roba? “Non c’è problema”, risponde quello. Allora consegno l’assegno alla segretaria, perché lo spedisca per fax alla banca. Dalla filiale le rispondono: “Tutto ok, identità e specimen corrispondono”. Capito? In Sicilia parecchi conti correnti hanno un intestatario di comodo e la firma depositata è di un altro che usa i blocchetti degli assegni». Mi ha raccontato queste illegalità con la massima naturalezza. L’idea di denunciarle in Procura o alla Guardia di finanza non lo sfiorava nemmeno. S’era semplicemente adattato, a differenza della Italcementi, all’andazzo generale. Business is business, no? Ha ragione da vendere Giuseppe Bortolussi, segretario e direttore della combattiva Cgia di Mestre, quando denuncia che «lo Stato lascia quattro regioni in mano alla criminalità organizzata» e che «mentre commercianti, artigiani e liberi professionisti hanno la targa, sono noti, riconoscibili, di un quinto dell’Italia non si sa nulla». Ma lo sconcerto aumenta andando a esaminare la situazione dell’ordine pubblico in questo Stato parallelo controllato dalla mafia. Premetto che sarebbe molto interessante un confronto fra la presenza di immigrati irregolari in Sicilia rispetto al Nord, giacché a memoria non mi pare che i clandestini sull’isola abbiano molte occasioni per esprimere la loro attitudine a delinquere. Ma limitiamoci ai dati ufficiali dell’ultimo Rapporto sulla criminalità in Italia del ministero dell’Interno. «La Sicilia», leggo, «è la regione che registra la diminuzione percentuale più consistente dei tassi di rapine, rispetto al 1991». Più precisamente, nell’ultimo quindicennio le rapine sono calate del 97,7%. Invece in Emilia Romagna sono aumentate del 47,2, in Toscana del 46,1, in Piemonte del 38,1, nel Veneto del 32,2, in Lombardia del 23,6. Non meno sorprendente la situazione dei furti in appartamento. In Sicilia sono 192 ogni 100.000 abitanti (in diminuzione del 51,5% rispetto a dieci anni fa, 12° posto nella graduatoria nazionale). In Val d’Aosta 369, Piemonte 355, Emilia Romagna 331, Lombardia 324, Liguria 287, Toscana 282, Lazio 254, Veneto 232. Lo stesso dicasi per gli scippi, che sempre nel periodo 1996-2006 in Sicilia sono calati del 38%. Oggi sull’isola se ne registrano 57 ogni 100.000 abitanti, grosso modo come nel Lazio (50), molto meno che in Campania (97). Quanto ai borseggi, il record spetta non alla Sicilia bensì alla Liguria (727), seguita da Lazio (521), Piemonte (451), Emilia Romagna (382) e Lombardia (361). Persino per i furti d’auto la Sicilia si rivela una regione più tranquilla di altre parti d’Italia: 5,4, sempre ogni 100.000 abitanti. Di poco sopra la media nazionale (4,8), quasi come in Lombardia (4,8), meno che in Campania (10,5) e nel Lazio (8,2). Si obietterà che in Sicilia avvengono, proprio a opera di Cosa nostra, i più efferati delitti. Macché: «Nel 2006 la regione presenta valori che si assestano sulla media italiana, con poco più di un omicidio ogni 100.000 abitanti». Si osserverà che sta dando i suoi frutti l’azione di contrasto della criminalità da parte delle forze dell’ordine e della magistratura e che queste statistiche sono fortemente influenzate dal senso civico degli abitanti delle regioni prese in esame, visto che le autorità possono registrare un reato solo in due modi: quando c’è la flagranza oppure affidandosi alle denunce dei cittadini. D’accordo, teniamo pure presente il cosiddetto «numero oscuro», cioè i reati di cui non si viene a conoscenza. Però è lo stesso rapporto del Viminale a evidenziare che «difficilmente non si denuncia un furto in appartamento o quello di un’auto, soprattutto se in presenza di polizza assicurativa». A questo punto, non so perché, mi tornano in mente le parole che il professor Gianfranco Miglio, l’insigne costituzionalista che fu per un trentennio preside della facoltà di scienze politiche alla Cattolica di Milano, mi disse poco prima di morire: «Io sono per il mantenimento della mafia. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate». Le banche hanno già provveduto. http://a.marsala.it:80/index.php?mod=page&nw=3:28:12:2007:6823 RISCHIO MAFIA La Calcestruzzi sospende le attività in Sicilia La decisione segue una serie di “verifiche interne che hanno individuato alcune irregolarità”. Il provvedimento cautelare interessa i sette impianti gestiti in cui lavorano 26 dipendenti Palermo, 23 dicembre 2007 – La Calcestruzzi Spa ha deciso di sospendere in via cautelativa le attività in Sicilia. La decisione della Calcestruzzi del gruppo Italcementi, giunge dopo “verifiche interne – si legge in una nota – messe in atto a seguito delle indagini della Procura di Caltanissetta in taluni impianti di betonaggio in Sicilia, hanno individuato delle irregolarità che sono state denunciate da Calcestruzzi alla magistratura”. La Calcestruzzi Spa è indagata dalla Procura distrettuale antimafia di Caltanissetta per associazione mafiosa. La decisione della Calcestruzzi di sospendere l’attività in Sicilia in via cautelativa dopo un’indagine interna “appare doverosa, in quanto la società – si legge in una nota – ritiene che debbano essere chiariti tutti gli aspetti delle vicende irregolari, allontanati i responsabili, modificate le regole, le procedure e le modalità di produzione in termini tali da impedire il ripetersi di tali episodi. Il provvedimento cautelare, che diventa immediatamente esecutivo, interessa i sette impianti gestiti e i 26 dipendenti occupati dalla società. “La sospensione dell’esercizio – continua la nota della Calcestruzzi Spa – sarà attuata con la fermata delle attività, limitando temporaneamente l’operatività esclusivamente alle forniture per le quali la società ha obblighi contrattuali vincolanti. Tali commesse – prosegue la nota – saranno portate a termine sotto il controllo di funzionari provenienti da altre sedi che assicureranno il corretto presidio delle centrali di betonaggio. I soli dipendenti che non saranno oggetto di provvedimento disciplinare verranno impegnati in lavori di manutenzione e in corsi di formazione sulle regole generali che disciplinano l’attività e, ovviamente, su tutte le nuove procedure produttive che saranno messe in atto; a loro verrà assicurato il regolare trattamento economico”. La Calcestruzzi Spa informa, inoltre, che “l’attività in Sicilia sarà ripresa solo dopo la corretta implementazione delle procedure operative (peraltro già avviate dal 1997, anno di acquisizione della Calcestruzzi al tempo detenuta dal gruppo Compart ex Ferruzzi), il rafforzamento dei criteri di governance e il varo di sistemi di controllo e di compliance, anche più stringenti per la puntuale applicazione delle regole aziendali”. “A supporto della complessa attività di rielaborazione e consolidamento delle regole ma anche per ribadire la propria linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità o compiacenza con fenomeni di criminalità organizzata, Calcestruzzi – continua la nota – ha costituito un pool per la governance nel settore del calcestruzzo composta da esperti di riconosciuta autorevolezza ed esperienza. La società – prosegue la nota – è grata al dottor Pierluigi Vigna, già procuratore nazionale antimafia, al professor Giovanni Fiandaca, ordinario di diritto penale dell’Università di Palermo e al professor Donato Masciandaro, ordinario di economia della regolamentazione finanziaria all’Università Bocconi di Milano, per aver accettato l’incarico di supervisore nella rilevazione dei problemi da affrontare e nella rielaborazione di regole e procedure da attuare”. “L’iniziativa – conclude la nota della Calcestruzzi – potrà costituire un modello di riferimento per l’intero comparto del calcestruzzo spesso impegnato in aree interessate da rilevanti fenomeni di devianza criminale”. http://qn.quotidiano.net/cronaca/2007/12/24/56508-calcestruzzi_sospende_attivita_sicilia.shtml Calcestruzzi ferma le attività in Sicilia La Calcestruzzi Spa – che fa parte del Gruppo Italcementi – ha deciso di sospendere in via cautelativa le attività in Sicilia. La decisione della Calcestruzzi giunge dopo verifiche interne «messe in atto a seguito delle indagini della Procura di Caltanissetta in taluni impianti di betonaggio in Sicilia, hanno individuato delle irregolarità che sono state denunciate da Calcestruzzi alla magistratura». La Calcestruzzi Spa è indagata dalla Procura distrettuale antimafia di Caltanissetta per associazione mafiosa. Quella operata dalla Calcestruzzi Spa – ha commentato il prefetto Pierluigi Vigna – è «una vera svolta nella lotta alla mafia», perchè «prima Confidustria impone di non pagare il pizzo, e poi, si arriva a una sorta di autospensione per evitare infiltrazioni mafiose in azienda. Speriamo che questo codice venga applicato anche da altri». (26/12/2007) http://www.eco.bg.it/EcoOnLine/ECONOMIA/2007/12/26_Calcestruzzi.shtml Italcementi Mafia Pubblica Amministrazione Calcestruzzi 04:51 – 3 anni fa Italcementi. Agli atti anche nuove dichiarazioni di Siino: Incontrai Pesenti di Silvia Cordella – 18 giugno 2008 Durante l’udienza per l’incidente probatorio dello scorso lunedì, richiesto dai difensori della Italcementi… i magistrati della Procura di Caltanissetta, il procuratore Sergio Lari, l’aggiunto Renato Di Natale e il sostituto Nicolò Marino, tra i vari documenti hanno depositato agli atti dell’inchiesta sulla Calcestruzzi Spa, un fascicolo concernente le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino in merito ai vecchi rapporti d’affari tra la holding del cemento e l’organizzazione mafiosa. Il plico relativo al racconto del collaboratore di giustizia, all’epoca dei fatti vicino al boss Stefano Bontade, rientra nell’inchiesta che lo scorso gennaio ha coinvolto la Calcestruzzi Spa, accusata di aver creato nei sui impianti in Sicilia fondi neri da indirizzare a Cosa Nostra. Dopo l’arresto in Sicilia dei suoi capiarea, dell’amministratore delegato e l’avvio di un nuovo procedimento d’indagine contro Carlo Pesenti, il consigliere delegato della Italcementi Group (l’azienda che controlla Calcestruzzi) indagato per concorso in riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, aggravati dall’articolo 7 e cioè dall’avere avvantaggiato la mafia, le rivelazioni di Siino sono destinate a comporre il nuovo faldone investigativo. Il collaboratore di giustizia definito non a torto il “Ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, nei mesi scorsi aveva chiesto espressamente di parlare con i magistrati dopo aver riconosciuto il volto in televisione di Giampiero Pesenti, presidente del gruppo Italcementi. Siino rievoca una vicenda accaduta sul finire degli anni Settanta quando Antonino Buscemi (allora contitolare della Calcestruzzi Palermo, il quale si riforniva di cemento proprio dalla Italcementi) gli chiese di “intervenire” personalmente presso l’allora sindaco del Comune di Isola delle Femmine, Vincenzo Di Maggio per convincerlo ad approvare la produzione del cemento nell’impianto di quella città. Secondo il racconto del pentito però Di Maggio si opponeva al progetto «ostacolando la costruzione di un ulteriore forno adducendo problemi di inquinamento, etc.». Per sbloccare la questione Siino e Buscemi organizzarono un incontro nella sede della Italcementi in Sicilia con tale Cedrini, dirigente della società. «Nell’occasione – ha raccontato Siino ragionammo su come poter risolvere la questione, lasciando intendere la possibilità di dover corrispondere somme di denaro al sindaco». Fu Cedrini, che non aveva nessun titolo per assumere tali decisioni, a rappresentare la possibilità di incontrare gli esponenti aziendali». L’incontro avenne a Roma nelle vicinanze del bar Donei in via Veneto, precisamente nell’ufficio legale di Italcementi. Lì, Angelo Siino conobbe il dott. Pesenti. «Assieme al Cedrini, affrontammo l’argomento relativo agli ostacoli per la produzione che poneva il Di Maggio, ed il Pesenti, immediatamente cogliendomi di sorpresa, rappresentò che non era disposto a sborsare, a titolo di tangente, più di duecento-duecentocinquantamilioni di lire, chiosando sul fatto che Di Maggio gli aveva in precedenza creato problemi, senza specificare quali». Ma per il sindaco la Italcementi avrebbe dovuto fare qualcosa di più per la popolazione, in particolare la costruzione di una circonvallazione tra la cementeria e la spiaggia. Richiesta che necessitava un altro incontro chiarificatore con Pesenti, questa volta in presenza di Di Maggio. «Non nascondo che era mia intenzione uscir fuori da questa storia in quanto, conoscendo i personaggi, ed in particolare il Buscemi, avevo timore che la situazione potesse deteriorarsi. Fatto sta che io, Di Maggio e Cedrini ci siamo recati a Roma, dove, nella sede di Italcementi, abbiamo avuto un ulteriore incontro con il Pesenti, nel corso del quale si parlò apertamente della richiesta del Di Maggio sulla costruenda strada, mentre il discorso monetario, rimase sottinteso». Tornati a Palermo, Siino per la faccenda non venne più interpellato da Buscemi e dopo qualche tempo iniziarono anche lavori della strada richiesta da Di Maggio a Isola delle Femmine. Un segno questo per Siino che l’accordo era stato raggiunto. http://www.antimafiaduemila.com/content/view/7582/78/ http://iltimone.blogspot.com La mafia dei cementi. Sequestrate autostrade e TAV a rischio GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008 17:32 di Mariafrancesca Ricciardulli CALTANISSETTA – Diversificare al Nord. Esportare cioè i metodi mafiosi oltre i confini regionali. Ormai non c’è organizzazione mafiosa che non abbia messo in atto questo meccanismo. In Lombardia le radici sono talmente solide che Milano è già da tempo considerata la capitale della ‘ndrangheta; l’Emilia Romagna è diventata la “Gomorra” del Nord; nel Trentino Alto Adige regna in modo sempre più prepotente la Sacra Corona Unita. Ma Cosa Nostra non è da meno. È di oggi la notizia che due lotti dell’autostrada A31 Valdastico in provincia di Vicenza, sono stati sequestrati da carabinieri e guardia di finanza di Caltanissetta su disposizione della Dda, la quale ha anche ordinato la perquisizione di alcune delle sedi dell’Italcementi, con specifico riferimento alle cementerie di Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco

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